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lunedì, 23 novembre 2009

La madre viveva all'inizio del bosco, in una baracca sospesa tra i ritagli del tempo.
Così come era sospeso, tra le maglie del tempo altrui, il suo mestiere di puttana.
Passava le sue giornate aspettando i clienti.
Oppure la morte, indifferente.
Quando suo figlio fu abbastanza grande per muovere i primi passi nel bosco, ci fu subito la paura.
Tornava sempre da lei in lacrime, graffiato e sporco.
E poi raccontava storie di lupi, demoni, fantasmi e altre stronzate.
Nessuno è mai riuscito a stabilire che tipo di poteri avessero queste creature, nei secoli passati.
In compenso, tutti conoscono le cose che fanno paura oggi.
Ma nessuna di esse, che Dio ci perdoni, può essere nominata.
Stanca di incubi, piagnistei e folletti, la madre decise di affidare il ragazzo alle cure di una megera.
Una lontana nostra parente, gli spiegò.
Ma in realtà la vecchia era soltanto uno dei tanti creditori che la assillavano durante il giorno.
Aveva così tanti debiti che spesso era costretta a concedersi gratis.
La megera, poco interessata alle grazie femminili, aveva scelto un'altro tipo di pagamento.
Non c'è molto da stupirsi, se pensate al silenzio divorante della natura, che alcuni chiamano pace.
Il ragazzo fu portato lì al mattino.
La vecchia aprì la porta maledicendo la serratura arruginita.
Non guardò nemmeno il ragazzo, gli intimò soltanto di rimanere zitto, in un angolo.
La madre andò via senza voltarsi.
La vecchia ricevette per tutta la mattina signori ben vestiti.
Teneva gli occhi aguzzi, e una smorfia colma di ironico disprezzo.
Tirava fuori pile di carte, e mucchi di fotografie.
I signori strabuzzavano gli occhi come bestie in trappola.
La fronte iniziava a luccicare di sudore.
La vecchia rimaneva in silenzio, tutta nera e brutta, non le si vedevano nemmeno gli occhi.
E alla fine gli uomini eleganti si decidevano a pagarlo, quel silenzio.
E lo pagavano salato.
Quando rimasero soli, il bambino era ormai convinto che la vecchia l'avrebbe cucinato per pranzo.
Aveva biascicato le poche preghierine che conosceva ed era rimasto a tremare, sperando che tutto potesse finire presto, e che non facesse troppo male.
Invece gli venne dato un piatto di minestra fumante. Aveva un colore orrendo, ma un ottimo sapore.
La megera divenne "La nonna".
La madre tornò a essere "La troia".
Il figlio venne chiamato Klaus, e da allora in poi non gli mancò un piatto di minestra, a pranzo e cena.
Però doveva guadagnarseli.
Ad esempio di notte, quando la gente dorme, o sospira.
Klaus stava zitto, si nascondeva.
Poi aggrediva quelli che si avventuravano nella nebbia, invece di stare al calduccio dei loro letti.
A volte prendeva la borsa, altre volte la vita, o entrambe.
A questo mondo si è costretti a guadagnare il pane facendo spesso cose strane.
Divenne così bravo che a un certo punto la nonna lo presentò ad alcuni amici.
Pian piano divenne esperto nel fare cose che gli altri non volevano fare.
Era veloce, ma pietoso. E soprattutto pulito.
Quelli che fanno certe cose solitamente indugiano troppo in pratiche macabre.
Quando si tratta di cose noiose, tristi e sporche come ammazzare la gente, divertirsi un po' è considerato da certi depravati un bonus aggiuntivo.
Klaus non era sadico, ma piuttosto metodico e ordinato.
Voleva sbrigarsi in fretta e tornare a casa, per godersi un buon libro e una cenetta tranquilla.
A volte c'erano piaceri imprevisti.
Qualche donna, illudendosi di essere risparmiata, gli si concedeva.
Era tutto inutile, ma Klaus le lasciava fare.
Anche in quel caso si sbrigava in fretta.
Tanto poi andava sempre a finire allo stesso modo, per tutte.
Klaus voleva bene alla vecchia.
Sapeva tutti i segreti della gente di città, ma per fortuna di quelli non parlava mai.
Adorava invece insegnargli i trucchi della cucina contadina, le migliori erbe commestibili e i posti dove andare a cercarle.
Si sentì triste quando morì.
Venne trovata morta in un burrone.
Si disse che era andata a raccogliere certe erbe, e che sporgendosi troppo, era caduta nel vuoto.
Klaus non ne fu sorpreso. Sapeva che prima o poi avrebbe fatto la stessa fine. E sapeva anche che la vecchia non usciva mai di casa.
Però gli piaceva pensare, quand'era triste, che non era stata ammazzata.
Che in realtà era soltanto uscita a cercare erbe saporite, per lo spezzatino di carne che gli piaceva tanto.
Klaus ereditò la casa della megera, ma continuò a fare il suo lavoro.
Gli uomini eleganti venivano sempre, ma ormai avevano un sorriso chiaro e amichevole.
Sapevano che era troppo stupido per custodire segreti.
Ma era comunque il miglior assassino sulla piazza, e continuarono a richiedere i suoi servigi.
Era sempre ligio al dovere. Non faceva commenti.
Anche quando gli venne detto che la donna all'inizio del bosco, tra i ritagli del tempo, era diventata un problema.
Anche quando gli venne spiegato che quella donna, quella lurida troia, voleva ricattare uno dei suoi migliori clienti, un facoltoso imprenditore che stava per lanciarsi in politica.
Si fece dare soltanto le indicazioni per raggiungere la baracca.
Anche se le conosceva benissimo.
Anche se lì era nato.
Quando tutto fu finito, dopo aver appiccato il fuoco alla baracca, si incamminò nel bosco e si sentì felice.
Era come ripercorrere le piccole paure dell'infanzia.
Ormai erano così ridimensionate da lasciare soltanto un brivido piacevole e nostalgico.
Era contento di aver avuto la possibilità di pensare lui stesso a sua madre.
Un altro, chissà cosa avrebbe combinato.
Era entrato facilmente, e poi l'aveva addormentata.
Grazie al fuoco, nessun'altro l'avrebbe più toccata.
In fondo voleva bene alla sua mamma.
Klaus era mite, adorava ascoltare, amava la cucina tradizionale, e aveva un lavoro sicuro.
Gli piaceva vivere nel bosco, nella sua casetta.
Quando la notte non riusciva a dormire, seguiva il sentiero illuminato dalla luce argentea della Luna, e si immergeva nel silenzio delle betulle.
Senza domande, senza pensieri.
Ogni tanto si voltava, cercando con lo sguardo la città.
Quel mondo di luci artificiali che conosceva soltanto attraverso gli abiti di marca dei suoi committenti, o quelli macchiati delle sue vittime.
Quel dedalo di indirizzi che conducevano ad appartamenti squallidi, o vicoli poco frequentati.
L'immagine della città era un miraggio mangiato dall'orizzonte.
Sembrava una struttura solida.
Ma ogni tanto era tradita da rumori assordanti.
Sembrava che l'acciaio volesse gridare, per svelarne la natura instabile e traballante.
Poi tornava a contemplare le ombre del bosco che si sovrapponevano in modi bizzarri.
Sembrava che ci fosse sempre qualcosa, in attesa, nascosto nel silenzio assassino.
Questa percezione avrebbe dovuto spaventarlo.
Invece lo rassicurava.
Quando l'esito ti appare scontato, non devi preoccuparti di ricamare per bene i frammenti della tua storia.
Ti sistemi nel tuo mucchietto di terra, ci caghi sopra per marcare il territorio.
Poi torni a cagarci dentro, una o due volte al giorno, se ti va bene.
Non hai bisogno di affaticarti, di cercare domande, di indagare dietro il senso delle cose.
Semplicemente, rimani lì.
Come gli alberi.
In attesa della pisciata di qualche viandante.
O del colpo d'ascia capace di abbatterti una volta per tutte.
Il miraggio della città tremava come la luce di una candela.
Bastava un soffio per spegnerlo e rimanere prigionieri nel buio.
Lui lo sapeva bene.
Sapeva quanto fosse illusorio il potere degli uomini eleganti.
Aveva cambiato tanti padroni.
I metodi erano sempre gli stessi, e poi toccava a lui pulire.
Nel frattempo però troppe mani mungevano dalla stessa mucca.
E presto si sarebbero resi conto che non c'era più un cazzo da spremere.
Ma per allora, sperava, sarebbero stati troppo occupati ad ammazzarsi, farsi a pezzi, e mangiarsi a vicenda, per chiamare lui.
E a quel punto sarebbe finalmente andato in pensione.
Tutto prima o poi sarebbe stato divorato dalle ombre.
Ma Klaus cosa poteva farci?
Lui faceva soltanto il suo lavoro.
Si guardò le unghie incrostate di sangue.
A casa lo aspettava un piatto di minestra calda.
giovedì, 12 novembre 2009

L'uomo guardava attraverso lo squarcio della porta.
O forse non era l'uomo. Erano soltanto i suoi occhi.
La spaccatura nel legno sembrava una piccola bocca malformata, coi denti storti.
Un dolore contrito, vegetale e silenzioso.
I materiali organici assorbono le emozioni secrete, dal cuore alla pelle.
Anche quando gli occhi non prestano la dovuta attenzione, il corpo si protende a tradire la mente, cercando l'abbraccio della materia.
L'uomo, o i suoi occhi, si estendevano febbricitanti, attraverso quella feritoia, per sbirciare la porzione di stanza visibile, nella ricerca di chissà quali segreti.
Ma vide soltanto, a sbarrargli l'orizzonte, una finestra opaca.
Un piccolo letto singolo, appoggiato alla parete sulla destra, un armadio e una scrivania sulla sinistra.
Sopra la scrivania c'era un libro, aperto in un ottuso stupore.
Una domanda tardiva giunse a rompere il silenzio: chi aveva praticato quel foro sulla porta?
All'interno della stanza vuota, c'erano solo oggetti inanimati.
Il libro poteva essere scagliato contro la porta, ma sebbene la copertina sembrasse ben robusta e pesante, non avrebbe provocato che una microscopica scalfitura.
Il tappeto peloso, brutto e antipatico, era troppo floscio per infliggere la forza necessaria, e quindi era inutile includerlo tra i sospetti.
Forse qualcuno era stato nella stanza, aveva letto il libro.
Forse era ancora lì.
Forse dentro quell'armadio era nascosto qualcuno capace di rendersi impalpabile e silenzioso, per poi irrompere fuori al momento giusto.
Un essere mostruoso, dotato della stessa furia cieca sufficiente a squarciare una porta con un pugno.
Il caso era quindi risolto: il classico mostro nell'armadio, troppo spaventoso per lasciare che fosse liberato.
Bastava tenerlo dentro, dimenticarsi del buco, della porta, della stanza, e continuare con le altre faccende.
Sì, ma quali? Un lavoro, una storia d'amore, una ricetta di cucina da eseguire alla perfezione?
Briciole di biscotti condite con salsa Vinavil, e una spruzzata di segatura e scaglie di sapone.
Gli ingredienti mancanti non sono un limite all'intelligenza e alla voglia di fare, o così dicono.
Il vero problema era che l'uomo non aveva alcun ricordo di sé e del suo passato fino a quel preciso momento.
Non sapeva se, girandosi, avrebbe trovato davanti a sé l'immagine rassicurante della sua casa, o piuttosto un luogo estraneo, un corridoio buio, pieno di oggetti sconosciuti, e significati perduti, custoiti gelosamente da qualcun'altro.
Se davvero non si trovava in casa propria, avrebbe dovuto giustificare la sua presenza.
Il ritorno dei veri inquilini era solo questione di tempo.
Un tempo dilatato e angoscioso, come la tortura.
Poteva ingannarlo vagando per la casa, esaminando gli oggetti, cercando di farsi un'idea sulle fattezze dei loro proprietari.
Magari era finito nella casa di uno di quegli squilibrati, che sembrano tranquilli fuori, e che poi, una volta al sicuro tra le mura dimestiche, sfogano la propria pazzia prendendo a calci e pugni le porte.
Cosa sarebbe successo, se una persona simile, traboccante di rabbia repressa, avesse trovato rientrando a casa un estraneo?
Cosa sarebbe successo se, per vendicarsi dell'intrusione, avesse voluto spaccargli la testa, per provare le sue nocche, indurite dal contatto col duro legno, su una testa fragile e ripiena di sangue?
No, non se la sentiva di girarsi. Meglio vivere nella tranquillità dell'incertezza.
L'unica cosa che lo legava a quel posto, l'unica memoria capace di avvolgerlo al sicuro, in quel preciso momento, erano gli occhi affacciati sullo squarcio, e la visione della stanza che il suddetto poteva offrire.
Un pensiero ovvio si fece avanti, reclamando l'attenzione negata fin dall'inizio.
E se fosse stato proprio lui a prendere a pugni la porta?
Non ricordava nulla.
E poi perché avrebbe dovuto farlo?
Forse perché una visuale come quella era, tutto sommato, abbastanza privilegiata.
Protetto dietro quella barriera di legno, riusciva a vedere soltanto gli elementi essenziali della stanza, quelli che potevano aiutarlo a ricostruirsi una sua idea di realtà, senza dover fare i conti con un vero ambiente da esplorare e con cui interagire.
Una scrivania sopra la quale lavorare, un armadio con vestiti da riempire.
Un letto in cui dormire, sognare, abbastanza piccolo per sentirsi solo, o per condividere momenti caldi e stretti, desiderandone uno più grande.
Magari, di lì a poco avrebbe dovuto ripensare alle sue pretese, progettare ambienti più grandi da vivere e condividere.
E poi c'era quel dannato libro da leggere, un altro mondo in cui entrare, un viaggio da intraprendere sul veicolo della propria immaginazione.
Troppi pericoli. Troppi cambiamenti.
Troppe sensazioni dolorose da catalogare e analizzare, preludio a scelte e passaggi inevitabili.
All'improvviso la porta si aprì.
Aveva premuto troppo il corpo contro di essa, ed era chiusa male.
Il suo volto si allungò verso la stanza, e i piedi lo seguirono. Iniziò a camminare. Non era più soltanto uno sguardo.
Andò a guardare le pagine del libro.
La pagina era aperta su quella frase...
"Vai via".
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La chiave girò dentro la toppa tre volte, e poi finalmente la signorina R. rientrò in casa.
Sbuffò di fatica, posando le borse della spesa in un angolo. Poi rivide, in fondo al corridoio, quella porta squarciata.
Il resto della casa, come al solito, era pulito e ordinato.
Ma quel Buco Nero in fondo al corridoio aveva la capacità di divorare la luce.
Cos'era successo alla porta? Chi l'aveva sfregiata?
Una lite furibonda? Un tentativo di rapina finito male? Una prigionia forzata? O forse era davvero il frutto di uno sfogo di rabbia?
Ripercorrendo con le dita quelle fratture, le tracce emotive inflitte al legno risalivano attraverso la pelle, componendo immagini confuse.
Urla.
Dolore.
Calci rabbiosi.
E quello squarcio, nel cuore di legno.
L'unica cosa certa, a giudicare dall'espressione sul viso della signora R., era la volontà di ricacciare dentro lo stomaco quel ricordo.
Chiunque venisse a trovarla, non riceveva alcuna spiegazione.
Qualunque sensitivo, o artista, che avesse voluto scandagliare la sua testa, alla ricerca di una spiegazione, avrebbe trovato soltanto una profonda tristezza nel suo sguardo.
La signora R. aveva ricacciato certi ricordi così in profondità, che provare a rinvenirli significava scivolare in fondo a un pozzo nero, verso morte certa, senza possibilità di recupero.
I racconti e le leggende nascono per colmare i buchi dell'esperienza.
Perfino i racconti dell'orrore, nella descrizione del male, dal più fetido tagliagole psicopatico, al mostro extradimensionale, collage di fobie assortite, ci forniscono una mappa sulla quale muoverci, un insieme di simboli e segnali che ci prepara al trauma di qualsiasi possibile scoperta negativa.
Ma quando il significato è sepolto, perduto, tra le spire del passato?
Esistono migliaia di enigmi sparsi per il mondo.
Monumenti giganteschi di antiche civiltà.
Statue dall'espressione indecifrabile.
Disegni senza logica, eredità di lingue ormai dimenticate.
Non esiste una chiave per decodificarli.
Ci illudiamo di superare la distanza del tempo tramite la ragione, ma nessun indizio davvero utile è sopravvissuto.
Non esiste nessun legame tra i nostri pensieri e quelle antiche coscienze, decomposte e assimilate dalla terra.
Le antiche memorie sono divenute i mattoni di cui è composto il nostro corpo.
Ma un frammento di casa non ricorderà mai il luogo da cui provengono i sassolini impiegati per la sua costruzione.
Anche la Signorina R. era cambiata.
Anni e anni di psicoterapia le avevano offerto un'unica strada: seppellire la sua vecchia coscienza e diventare una persona nuova.
La vecchia personalità forse conosceva la verità, ma era stata sepolta troppo in fondo ormai.
E il buco nella porta era diventato un altro simbolo.
Un altro catalizzatore di attenzione, senza altro scopo.
La convivenza tra queste due realtà, la rottura negli schemi conosciuti, evocava sentimenti indefinibili, inquieti, per chiunque si trovasse a passare da lì.
Come un monumento ancestrale, ingombrante e senza senso.
Possiamo decidere di girare le spalle e ignorarlo, per poter tornare a costruire i mattoni del presente.
Oppure possiamo rimanere lì a fissarlo, come idioti, col cervello arrotolato su sé stesso, in ipotesi senza costrutto, e la paura che attende spiegazioni, rosicchiando il cuore.
Impegnati a fissare quell'unico punto, rimaniamo col fianco scoperto, vulnerabili a qualsiasi attacco esterno.
A volte la Signorina R. guardava i suoi ospiti, imbambolati di fronte a quel buco.
Sarebbe stato facile accoltellarli, in quei momenti.
Erano come sospesi tra due diversi mondi, come lo spettatore sollevato a mezz'aria da un'abile prestigiatore.
E' per questo motivo che riceveva sempre meno visite. Chiunque provava quella strana sensazione non aveva più voglia di sentirsi di nuovo così.
E' meglio ignorare le tracce dell'assurdo, per poter continuare a vivere, costruendo i propri significati, le strutture nelle quali rinchiudersi, al sicuro?
Oppure è doveroso, per amore della ricerca, perdersi nelle spire di un passato che nel mondo di oggi, qualora fosse davvero rinvenuto, non potrebbe comunque trovare collocazione?
Il simbolo decifrato, la statua riportata alla luce, restano lì, come prima.
Senza che nessuno riesca a trovare un ruolo, un contesto in cui rigenerarle.
Quando pensi a questa eventualità, sei di nuovo sulla mano del Buddha, anche se ti sembra di aver corso per milioni di chilometri.
Il serpente si morde la coda e svanisce, come il tempo.
Non puoi vederlo, ma si ripete uguale.
Se invece riesci a percepire lo schema, gli ingranaggi, allora sei tu quello fuori posto.
Sei tu il fantasma, incapace di toccare il mondo che si muove.
Rimane tra le tue mani soltanto un mucchietto di sabbia.
O forse sei tu quello che si sta disgregando.
Apri il palmo, lasci scivolare via i granelli, ed ecco il tuo finale.
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Chissà, magari un giorno la signorina R. avrebbe potuto decidersi a far riparare quel buco.
E poi magari avrebbe potuto invitare qualcuno a cena, ricominciare a vivere.
O perlomeno provarci.
Ma nella realtà dei fatti non ci provava mai.
A volte si sviluppano rapporti strani e morbosi con le proprie ferite.
Forse sperava che attraverso lo squarcio il ricordo residuo e doloroso rimasto nella stanza avrebbe avuto il tempo di filtrare, evaporare via.
Quando era costretta ad assentarsi lo immaginava prendere forma, come una sorta di fantasma indeciso.
Un ometto trasparente, con le gambe sottili e un po' tremolanti, abbastanza solide da condurlo lontano da quella casa, eppure al tempo stesso timoroso di andarsene.
Ma prima o poi sarebbe cresciuto.
Avrebbe trovato il coraggio di andarsene e lasciarla in pace, ne era certa.
E intanto, aspettava.
L'aveva anche scritto sul suo diario. E poi lasciava sempre aperto su quella pagina, su quell'unica frase, quasi come a sperare che venisse letta davvero da qualcuno.
"Vai via".
domenica, 25 ottobre 2009

C'era una volta un signore misterioso, infagottato in un lungo cappotto nero.
Quel giorno il vento era molto forte, il cielo grigiastro, e piccoli accenni di pioggia sferzavano sul viso.
Chi gliela faceva fare di star fuori, con un tempo del genere, sbatacchiato qua e là dal vento, insieme alle foglie?.
A un certo punto tirò fuori una carta prepagata per il cellulare.
La tenne stretta tra le mani nervose, perché andava di fretta e voleva ricaricare la sua scheda senza fermarsi.
Il vento soffiò sempre più dispettoso, e la carta gli scivolò tra le mani per andare a rincorrere le foglie.
Il signore strabuzzò gli occhi e la guardò scivolare leggera nell'aria, quasi come se volesse godersi un'inaspettata vacanza.
"Sempre meglio che finire nel cestino dei rifiuti" sembrava dire.
Il signore era troppo frettoloso, grasso, e anche asmatico, per correre a riprenderla. Semplicemente, entrò nel tabacchino all'angolo per comprarne un'altra.
Svolazzando qua e là, la carta finì nel becco di un'uccellino, che la portò in alto, fino in cielo, per poi sfrecciare oltre le nuvole.
Era un uccello del Paradiso. Ogni tanto scendono sulla Terra, perché sono ghiotti di semini di sesamo.
Volò fino al Paradiso, passando davanti a un angioletto che sonnecchiava pigro, disteso su una nuvola.
Acchiappò l'uccello del paradiso e gli prese la carta prepagata.
"Vediamo un po', che abbiamo qui?".
Era un angioletto piuttosto all'avanguardia in campo tecnologico. Leggeva riviste, si informava.
Per cui prese un poco di materia delle nuvole, e la modellò a forma del nuovo modello Nokia, il trentadue-bis.
Grattò la carta, inserì il codice, e poi, una volta ottenuto il credito, telefonò all'Inferno.
Il suo vecchio amico, il Diavolo Beppe, abitava da quelle parti, e non si sentivano da un po'.
"Uè, Beppe! Come stai?"
"Ehhh, come vuoi che stiamo? Come al solito. C'è caldo".
"Ma perché non vieni su? Dai, passa a trovarmi!".
"Satana non vuole".
"Ma non ti preoccupare! Sai che faccio? Gli mando un messaggio e lo convinco!".
"Ah beh. Provaci... ma guarda che in questo periodo è incazzato nero".
"Come al solito, insomma. Ci penso io, vedrai che ti combino... noi angeli ne sappiamo una più del diavolo!"
"Ah sì? E perché non me la racconti?"
"Beh, devi sapere che... Ehi! Non ci provare, sai?".
" Ah, aha ah! Ci stavi cascando, eh?".
Dopo essersi scambiato altre facezie con Beppe, l'angelo mandò un messaggio anonimo al cellulare di Satana.
"INFORMAZIONE RISERVATA: E' in atto una nuova rivolta in Paradiso. Se vuoi saperne di più e unirti a noi, mandaci il tuo servo Beppe per ulteriori informazioni!".
Satana aggrottò le ciglia ispide e piene di fuliggine di fronte a quel misterioso e strano messaggio.
Ma in un angolino del suo cuore avvizzito sentir parlare di rivolta in Paradiso lo riempiva di entusiasmo, e gli ricordava i vecchi tempi.
Per cui alla fine si convinse e mandò su Beppe.
"Tanto se è una trappola ci rimette solo lui!" pensò compiacendosi della propria malvagità (come del resto faceva ormai da millenni, senza guizzi).
Beppe si mise un bel vestito bianco e salì in Paradiso, ripulendosi dalla fuliggine man mano che attraversava i Sette Cieli.
Appena arrivò il suo amico angelo gli fece un sacco di feste, gli preparò una Torta Paradiso, e dopo mangiato giocarono assieme tutto il pomeriggio.
Alla fine Beppe si divertì così tanto da non aver più voglia di partire.
Andò quindi dal Signore Iddio assieme al suo amico angelo, per implorare il suo aiuto.
Egli disse: "Siete dei monelli. Ma cosa avete combinato? Anche ammettendo di riportare Beppe all'Inferno, Satana è ormai tutto ingrifato per l'imminente rivolta... che gli dico? Qui scoppia un incidente diplomatico!".
L'angelo sbuffò con aria di sufficienza: "E vabbé, che sarà mai... se si presenta qui, lo fai precipitare di nuovo nelle viscere della Terra, che problema c'è?".
"Sì, ma ho appena fatto restaurare tutti i Sette Cieli, sai quanto m'è costata l'impresa di pulizie? Tutti a dire, Dio fai questo, Dio fai quello, aiutami qua, aiutami là... e io pago! Non mi va che venga con le Legioni Infernali a sporcare tutto!".
Si accarezzò la barba bianca, riflettendo qualche minuto, poi sembrò avere un'idea.
"Guarda che facciamo: tu, Beppe, per ora te ne torni all'Inferno, e dici a Satana che l'appuntamento con le forze ribelli contro il Paradiso è fissato per Domenica, in Via Lattea n.5".
"La fermata dell'autobus?" disse l'angioletto un po' dubbioso.
"Tu non ti preoccupare. Tanto quello è scemo. Voglio dire, voleva spodestare ME, capisci? Sano di mente non è mai stato...cioè, guarda come si veste!".
I due amici risero di gusto, poi Beppe scese e fece come gli era stato detto.
Domenica mattina, di buon'ora, Satana radunò le sue orribili Legioni, tutto contento.
Fecero l'appello ma Beppe non si trovava. Però Satana era troppo eccitato per aspettarlo, per cui ordinò di partire senza troppe storie.
Mentre le Legioni Infernali si allontanavano sollevando nuvoloni di cenere, Beppe risaliva in cielo, d'accordo con Dio.
Quando Satana e i suoi arrivarono in Via Lattea n. 5, non trovarono nessuno, eccetto un signore anziano che scriveva sul taccuino.
"San Pietro! Che diamine ci fai qui?".
"Intanto, per favore, modera il linguaggio. Seconda cosa: buona Domenica. Terza cosa: sono qui per incarico di Dio, sto registrando i ritardi nella tabella di marcia degli autobus celesti!".
"Come sarebbe a dire, ritardo?".
"Eh, sì... c'era una comitiva di persone che si era prenotata per oggi, a bordo della Stella Cometa. Tutto esaurito. Ma dovevano passare da questa fermata mezz'ora fa, e non sono ancora arrivati. Devo registrare tutto, informarmi sulle cause del ritardo col conducente, e poi vedere se scatta il diritto di rimborso!".
Satana pensò: "Vuoi vedere che a bordo della Stella Cometa ci stanno i ribelli? Che guaio! Devo allontanare San Pietro, sennò salta l'attacco a sorpresa!".
Poi si avvicinò e disse: "Pietro, chissà quanto lavoro hai da sbrigare lassù! Vattene via, non ti preoccupare, ci penso io a raccogliere i dati quando arriva l'autista... tanto stavo aspettando pure io una ditta privata per il trasporto mio e dei miei uomini!".
"Ah... infatti, vi vedo numerosi. Che fate, andate in vacanza?".
"Essì...pure noi lavoriamo, sai? Abbiamo più clienti di voialtri, e lo sai bene! Se le Alte Sfere fossero più convincenti, fornissero più incentivi, forse ci arriverebbero meno anime, e dovremmo faticare di meno!".
"Eh, capirai... E che ci dobbiamo mettere nel Paradiso? Le giostre? Le sale da biliardo?".
"Sarebbe un'idea. Il tuo capo non ha mai capito niente di divertimento... ah, se mi avesse ascoltato, qualche millennio fa! Ma lascia stare... Piuttosto, pensavo di proporti una cosa. Immagino che avrai un sacco di pratiche da sbrigare prima di andare in ferie pure tu. Visto che ci troviamo tutti qua, perché non lasci che sia io a prendere i dati, e te ne torni su? Te li mando via mail, stasera stessa!".
"Davvero mi faresti questo piacere?".
"Se non ci aiutiamo tra noi...".
Pietro ci pensò un secondo. La cosa gli conveniva. In fondo, che danni avrebbe potuto mai fare?
"Satana, davvero, non sei così stronzo come ti si dipinge. Ti confesso che a stare qua mi stavo annoiando parecchio...accetterei volentieri! Per sdebitarmi, ti farò mandare dei pasticcini in regalo, promesso!".
"Vai tranquillo!".
San Pietro andò via e dopo qualche minuto finalmente arrivò l'autobus celeste, la Stella Cometa. Satana ci saltò sopra con tutti i suoi seguaci, lanciando un bellicoso urlo di battaglia.
"Avanti, miei prodi! Puntiamo verso il Paradiso!".
Ma la Stella Cometa era piena di Particelle Elementari in vacanza. Il conducente non si scompose, e continuò la sua strada
Satana cercò di fare l'educato, si avvicinò a una particella e chiese per quando era previsto l'arrivo in Paradiso.
Essa però gli rispose: "Guarda che questo autobus celeste è diretto al centro di un Buco Nero!".
Le particelle elementari adoravano andare in vacanza nei buchi neri. Dopo un anno di stress lavorativo, un bel buco nero è quello che ci vuole per rigenerarsi.
Satana e i suoi uomini urlarono spaventosamente, ma ormai era troppo tardi per invertire la rotta. L'attrazione gravitazionale del buco nero li stava già risucchiando.
Beppe invece arrivò in Paradiso, cominciò a frequentare un corso di formazione, e dopo due mesi iniziò a collaborare come aspirante angelo, con contratto a progetto.
Torniamo adesso all'inizio di questa storia. Ricordate il signore misterioso?
Lo avevamo lasciato in procinto di procurarsi un'altra carta prepagata.
Bisogna sapere che questo signore era in realtà il più grande scienziato della Terra.
Aveva tutta quella fretta di telefonare, perché non era riuscito a partire per Vienna, a causa di un contrattempo, e cercava ugualmente di contattare chi lo stava aspettando.
Cosa ci doveva fare a Vienna? Ebbene, quel giorno era previsto il più grande esperimento della storia: l'attivazione di un acceleratore di particelle, capace di alimentarsi con fonti di energia di natura extradimensionale.
Capito niente? Nemmeno io.
Fatto sta che gli altri scienziati aspettavano soltanto un suo ordine per attivare il marchingegno.
Quando finalmente potè telefonare, era troppo eccitato per farli aspettare, e comandò di attivare l'acceleratore alla massima potenza, nonostante la sua assenza.
Gli scienziati eseguirono l'ordine, e l'acceleratore esplose, creando un buco nero.
Da esso uscirono Satana e le Legioni Infernali.
Quando si ritrovarono a Vienna, rimasero frastornati, confusi, senza alcun ricordo sul come o sul perché si erano ritrovati lì.
Col tempo iniziarono a integrarsi, ed apprezzare le delizie di quella meravigliosa cittadina, il cui centro storico era addirittura stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.
Trovarono un lavoro e iniziarono a vivere una vita fatta di piccole gioie.
Divennero dei veri e propri cultori delle cibarie locali, soprattutto la vasta gamma di zuppe disponibili, come la Nudelsuppe-Rindsuppe (pasta in brodo), la Tomatensuppe (zuppa di pomodoro), e la Gottendammerungsuppe.
Certo, alle elezioni votavano sempre Haider, ma per il resto erano bravi figlioli.
E Dio, visto che all'Inferno non ci stava più nessuno, decise di affittarlo a studenti universitari.
mercoledì, 07 ottobre 2009

Il bambino era nato martedì, o forse mercoledì.
Ricordo solo che erano le sette di sera.
A quell'ora è troppo tardi per guardarsi in faccia.
E poi era già stato tutto stabilito.
Qualche sera più tardi, sempre verso le sette, scese dalla scalinata del palazzo della questura.
Puntava dritto per il parcheggio, senza fretta, nonostante il cielo cupo e gravido di tuoni.
Teneva lo sguardo basso, sui gradini. In un angolo c'era un mucchietto di ossa.
Erano gli unici resti rimasti di un cadavere di passerotto.
Da giorni si trovava a passare dallo stesso punto, ogni volta che doveva andare in Questura.
Dava sempre un'occhiata a quel corpicino, morto chissà come.
Osservava per qualche minuto il traffico di insetti che brulicavano.
Passato qualche giorno, iniziò a non farci più caso.
Quella sera invece la sua attenzione tornò ad impigliarsi lì.
Il passerotto era diventato un'impalcatura di ossicini.
Sembravano giocattoli ben ordinati.
Sentì in testa il rumore di cose rotte, uova schiacciate.
E sì sentì rassicurato e felice.
Perché quell'immagine gli diceva che il tempo stava passando.
Pensò alle parole della sua compagna, riguardanti il bambino.
Gli aveva raccontato che era venuto al mondo con un sorriso.
Come le cose belle. Come le cose che fanno orrore.
Il suo concepimento apparteneva a una lunga serie di rimembranze sfocate.
Il senso era stato abortito,quello sì, da tempo.
La compagna abbelliva o incupiva a fasi alterne i ricordi del recente passato.
E colmava i ricordi più vecchi di bugie innaffiate d'alcool.
Del resto le storie basate sulla ricerca di padri appartengono alla realtà romanzesca.
Il resto è molto più difforme, dissonante, e soprattutto narcotico.
Del resto essere spettatori è uno dei pochi lussi che ci concede la vita.
Assicuratevi di essere svegli, almeno, quando vi procurano un posto in prima fila.
Entrò in macchina e partì di corsa.
Le gocce di pioggia cominciarono a picchiettare sul vetro.
Prima in modo tenace, poi rabbioso, fino ad offuscare i contorni del paesaggio.
Le ruote cominciarono a ruggire contro la strada molle di fango e l'acqua.
Sul sedile accanto al suo gli teneva compagnia un libro incomprensibile.
Era pieno di storie di gente ottusa, e parole scolpite con sadismo puro.
Come può esserlo la sofferenza trasmessa in replica su una pay tv extraterrestre.
Piuttosto che finirlo, preferiva immaginare altre storie.
Magari una casa trasparente, abitata da alieni col corpo di lumaca.
Vanno su e giù, seminano scie di bava ovunque.
Tranne che sulla tv con maxischermo, al centro esatto della stanza.
Comunque sia, forse era il caso di concentrarsi.
Il tempaccio stava peggiorando.
Pioggia. Viabilità compromessa. Fretta di arrivare.
Non era cambiato nulla nel frattempo.
Senonché qualche tombino aveva iniziato a rigurgitare liquami scuri.
Vado da questa parte?
No, sembra una vasca di merda.
Allora per di qua. No, no... è tutto bloccato, Cristo! Meglio fermarsi.
Si chiese se tutta quell' acqua potesse penetrare nel ventre di lamiera in cui viaggiava.
Siccome teneva la macchina sempre al sole, la plastica degli interni s'era rammollita.
Quando pioveva, le mani impiastricciate d'acqua piovana si attaccavano al volante.
D'altronde il cattivo tempo non è colpa di nessuno.
Sentì la radio.
Dall'altra parte della città, un paese veniva mangiato dal fango.
E neanche questo è colpa di nessuno.
Alla radio le voci parlavano di fondi non spesi.
Dubbi appesi al cappio della cravatta, retorica fatalista-vittimista.
Funerali di Stato.
Se in questo momento fossi coperto di fango penserei: aiutateci.
E' per questo motivo che la gente, in genere, prima va a votare per eleggere rappresentanti coscenziosi.
E poi si riempie la testa di fango.
O è il contrario?
Per passare il tempo prese il cellulare e telefonò alla sua donna.
Le chiese di descrivere l'aspetto del bambino.
I tratti del suo viso sono regolari, gli disse.
I capelli sono ricci e neri, gli occhi hanno un bel grigio topo.
Ma se osservi senza mettere a fuoco lo sguardo, si percepisce qualcosa.
Le forme si distorcono, il sorriso si allarga come quello dei demoni.
Il volto si distorce, come se un'altra creatura, intrappolata nel suo corpo, premesse per uscire.
Questa doppia valenza non mostra però ferite, o fratture.
E' integro, ma al tempo stesso cangiante.
Come l'immagine di una creatura mitologica.
Una mutazione intrappolata in un blocco di roccia modellata".
"Assomiglia di più alla mamma o al papà?" disse per interromperla.
Ma la telefonata cadde in quel momento.
Però anche la pioggia cominciò ad affievolirsi gradualmente.
Rimise quindi in moto e imboccò la strada principale.
Era l'unica percorribile, e c'erano un sacco di altre macchine incolonnate.
Frugò tra gli mp3 dentro il cruscotto, ma erano tutti troppo vecchi.
Era diventato arduo farsi consigliare buona musica, davano consigli senza senso.
"Se non ti piace questo gruppo è colpa tua".
"Non sono male, anzi, c'è di peggio".
"Sono quelli di tredici anni fa, anzi, rispetto a tredici anni fa sono pure migliorati, quindi è un male, perché si è persa la freschezza".
Purtroppo le cose migliori che avesse mai ascoltato provenivano da regali dei suoi amici.
Dalle cene di gruppo, dai concerti estivi.
Dalle canzoni ascoltate quando faceva l'amore o pomiciava con la sua ragazza.
Avvolto da un silenzio fradicio, arrivò a casa.
Nel cortiletto c'erano lumache dappertutto.
Si arrampicavano sopra i fiori e sulle piantine per assorbire le gocce d'umido.
Pendevano e colavano strisciando da ogni angolo, come le Piaghe d'Egitto.
Erano così tante da stordirgli i pensieri.
Ne prese una e l'appoggiò sopra il guscio di un'altra, giocando come un bimbo scemo.
Le guardò affascinato mentre si scivolavano addosso l'un l'altra, mangiandosi a turno.
Camminando distratto calpestò senza volere altre due o tre lumache sul pavimento.
Sembrava di camminare tra le uova marce.
Non si affrettò a salire le scale.
Tanto era già preparato a ciò avrebbe trovato una volta entrato in casa.
Quello che non vide gli diede ragione.
Lei non c'era. E nemmeno il bambino.
Probabilmente aveva organizzato ogni cosa nei minimi particolari.
O forse no. Forse era stata una cosa improvvisa.
Una cosa stile: Esco a fare due passi, a prendere una pizza.
E poi, passo dopo passo, provo a imboccare un'altra strada.
Vediamo quanto riesco ad allontanarmi senza sentire nostalgia.
Cosa pretendevi? Aveva i capelli lisci e neri, e il sorriso troppo bello.
I tuoi gesti di forza ti sembravano eccezionali, vero?
Quando ti giravi verso di lei, ansimando come Ercole dopo le 12 Fatiche.
La voce ti usciva fuori, sì, certo.
Ma era come quella di un bimbo che indicava castelli di sabbia.
E lei aveva sempre quel sorriso, più adulto.
Bello, senza ombra di smentita.
Sapevi riconoscere le cose belle. Sapevi toccarle.
Ma non certo trattenerle.
...
Sedette davanti al tavolo della cucina.
Davanti a sé un coltello e una mela.
Con la mano fece girare il coltello come una roulette.
Puntò verso di lui.
Allora provò a far girare pure la mela. Ma non era la stessa cosa.
...
All'improvviso gli venne un'idea.
Forse doveva chiamare i carab- b- binieri.
Ma sì certo, chiamare i carab-b-binieri è l'unica cosa che ci resta da fare in certi momenti.
Quando ci danno uno schiaffo, e sappiamo solo strillare.
Quando ci pungono di rabbia.
Non è sete di giustizia, non ci sono fuochi sacri.
C'è solo egoismo rabbioso da animale ingabbiato, costretto a coabitare assieme alle carogne spolpate.
Quando urliamo: "Tu non puoi fare questo!".
Quando invochiamo l'etica, e la coerenza.
Oppure, ancora peggio, la speranza.
Quando non sappiamo prendere tutto e farlo scorrere via.
Sappiamo che deve bruciare, sanguinare, scorrere.
Cos'altro c'è allora da guardare?
La cadenza delle gocce che cadono rassicura.
Ma non sarebbe meglio uscire fuori e ascoltare qualcosa mentre cambia?
Cosa c'è di così affascinante nella necrosi dei tessuti troppo larghi, sformati sulle ossa?
Perché restiamo lì ad osservare
ogni singola
goccia
L'abbandono
la morte
l'amore, la violenza, le carezze, le lacrime leccate via con la lingua, i morsi, le urla, il desiderio di fuggire, la nascita, la gravidanza, l'odore buono, l'odore cattivo, il cibo marcio, il cibo dentro le vetrine, le pari opportunità, l'affetto comprato, quello rubato, desiderato.Percepisci sempre tutto, e non capisci mai. Come uno schiaffo.
...
Si guardò prendere il telefono.
Come immagini di vita aliena.
"Presto! I carab- b- binieri! Bisogna chiamare i carab- b- binieri!".
lunedì, 14 settembre 2009
Nel primo sogno vago in giro per il centro città a guardare e valutare alcune case. La mia attenzione è catturata da una casupola rovinata, che avrebbe bisogno di un massiccio restauro. Entro dentro, gli ambienti essenziali come bagno e cucina sono ridotti male, ma funzionanti. Mentre giro per le varie stanze, mi coglie un vago ricordo, e realizzo che forse, in tempi passati, anch'io avevo abitato in quella casa. Cerco di ricostruire le memorie guardando ogni oggetto, ogni ambiente. Alla fine mi ritrovo in un balconcino, affacciato su un quartierino affollato di casette, che coprono il cielo serale illuminato da luci artificiali.
Il secondo sogno è un fumetto, le immagini sono organizzate in sequenze di vignette. E' una storia molto violenta, di cui sono il protagonista. Vengo tenuto prigioniero, dentro la mia stessa casa, da un energumeno serafico, che con estrema tranquillità compie veri e propri abusi su di me, impedendomi di andarmente e torturandomi dolorosamente. Alla fine riesco a sconfiggerlo, ma rimango ucciso anch'io nella colluttazione.
Nel finale della storia sopraggiunge mia madre, che nella realtà del fumetto è una donna giovane, bella, e diabolica. Si scopre che era stata lei ad assoldare il tizio per tenermi prigioniero, e che non le importa nulla della mia morte.
Era infatti interessata soltanto al mio corpo, e lo recupera quasi subito, per continuare a sottoporlo a strani giochetti sadico-erotici.
lunedì, 31 agosto 2009
I turchi avevano conquistato l'intera costa. Il sindaco del villaggio comunicò ai cittadini che non c'è più niente da fare. Potevamo soltanto sperare nell'arrivo dei liberatori.
D'altra parte i governanti di questo lembo di terra si erano sempre mostrati corrotti e marci tanto quanto gli infedeli mori. Si mormorava che i turchi, appena sbarcati, fossero stati convocati dalla giunta comunale, e che gli fosse stato offerto il dominio assoluto delle nostre terre, in cambio della vita del sindaco e dei suoi compari. Nessuno aveva sentito il bisogno di protestare. Eravamo abituati all'incessante susseguirsi di padroni diversi, attraverso i secoli. D'altronde le esigenze della politica creano strani compagni di letto, disse un bel giorno la mia compagna, dopo che l'ebbi sorpresa, in quella che era stata la nostra alcova, a concedere le sue disgrazie a un corsaro barbaresco.
Cercai di fare l'indifferente, e puntai il mio sguardo addolorato sul cipollotto dell'orologio da tasca, ricordo del mio caro babbo, fingendo di guardare l'ora, mettendomi a farneticare di un appuntamento che avevo scordato. I due mi osservavano a loro volta, questo è sicuro, ma non posso riportare quali fossero i loro sentimenti, perché il disgusto mi fece girare le spalle e mi condusse direttamente alla porta, senza incrociare i loro sguardi. Mi diressi dunque alla locanda, ordinai un bicchiere di rhum, e mi misi a riflettere mesto sul mio futuro. Non ero messo bene col denaro. Dopo aver venduto prima i libri, poi i quaderni, le penne, le gomme, sia quelle da masticare che quelle masticate, mi era rimasto davvero poco. Nel pomeriggio avrei dovuto presenziare a un appuntamento con un mio vecchio amico.
Sovrappensiero, vendetti pure quello, all'ubriacone del tavolo accanto al mio, in cambio di un altro giro di rhum.
"Ottimo acquisto" gli dissi sorseggiando piano la pozione per anestetizzare i miei guai. "E' un sacco di tempo che non conosco gente nuova" rispose "Ma questo tuo amico, come si chiama?".
"Raimundo. Un vecchio amico d'infanzia. Ci siamo risentiti dopo anni, per caso, in giro. Pensa, adesso fa l'esattore delle tasse comunali".
"Tasse?".
"Eh. Mi ha proposto di vederci, per parlare dei vecchi tempi... e poi ha accennato a una sua pratica di lavoro che mi riguardava... una questione di imposte sulla spazzatura non pagate...non ho capito bene, perché eravamo al mercato e c'era confusione. Tu comunque mandagli i miei saluti!".
Mi alzai dal bancone, uscii salutando rumorosamente con lo stomaco, e andai in direzione del porto. Non c'era nessuno. I gabbiani mi salutavano coi loro versi incomprensibili.
Guardai di nuovo il cipollotto dell'orologio: la cassa era in oro puro. Scintillava di niente, colpito dalla luce martellante del sole. Si era fermato, forse rotto. Puntai deciso verso il banco dei pegni.
Ne uscii poco dopo, con pochi spiccioli. Guardai la piccola nave turca ancora ormeggiata, i mori sudati, impegnati nelle operazioni per la partenza.
Un uomo vestito meglio degli altri li guardava impaziente, poco distante da me, e digrignava i denti marci, bestemmiando.
" Dragut! Dragut! Dove diavolo si è cacciato quel figlio di un'asina impestata di malattie veneree?".
"Domando scusa" gli chiesi "lei è forse il capitano di questa nave?".
"Figliolo, davanti a te hai Haradin, capitano della "Inarrestabile"!".
"Si chiama così? La stavo ammirando, infatti... bella nave!".
"Bella? Soltanto bella? Questa è la migliore nave mercantile del Mediterraneo!"
"Guadagnate bene?".
"Corpo di mia nonna ubriaca... soltanto bene? Adesso che i pirati hanno conquistato questo tratto di terra, è un via vai continuo di spezie dalla Turchia. Senza offesa, ma la vostra cucina...".
"Insipida, eh?".
"Soltanto insipida? Mi venisse l'itterizia fosforescente, se le vostre zuppe sanno di qualcosa!".
"Beh... tutto questo mi fa molto piacere, perché vede... io starei cercando lavoro".
"Ah!"
Mi squadrò come si osserva un cactus che ha appena deciso di parlare.
"Figliolo, sei mai stato in mare?".
"Ho fatto il militare a Taranto".
"Per quanto tempo?".
"Mi hanno riformato, dopo tre giorni!".
"Soltanto tre giorni?".
"Eh".
"Siamo al completo. La nave è piccola. Anche se a dire la verità mi manca un marinaio... quel figlio di sultana arrostita di Dragut. Dice che doveva andare a castigare una femmina. E' andato via parecchie ore fa, dall'altro lato del villaggio, nei pressi della locanda... ma non è ancora tornato!".
"Ah... beh vede, credo che non verrà tanto presto. E' a letto con mia moglie".
Il capitano si fece una risata, e mi congedò dandomi una spintarella, e pronunciando alcune bestemmie turche. Mi allontanai mentre le risate del resto dell'equipaggio (meno Dragut) facevano da sottofondo.
Poi tornai alla locanda, non c'era nessuno, neppure l'ubriaco. Forse aveva deciso che l'appuntamento con Raimundo non era disprezzabile. Dopotutto è sempre stato un compagnone. Chi dice che gli esattori sono antipatici? Tutti luoghi comuni. Bisogna superare certi stereotipi.
Ordinai di nuovo da bere coi soldi del banco dei pegni, e guardai il petto della locandiera, ogni volta che si piegava per prendere qualcosa, stando attento affinché non se ne accorgesse.
O almeno mi illudevo che fosse così. Ogni tanto gli occhi mi cadevano sul riflesso del mio volto che rimbalzava sulla superficie dei bicchieri puliti. L'alcool sembrava suggerirmi la percezione dei minuti e dei secondi che oscillavano leggeri, affascinati da una brezza invisibile, come foglie al vento.
All'improvviso, i turchi.
Entrarono sbattendo la porta, chiedendo da bere. Uno si avvicinò subito alla locandiera, le mise dei soldi nella scollatura. La guardò con quei suoi denti gialli, dicendo di tenersi il resto e portare da bere a volontà.
Lanciai in aria una moneta. La afferrai, rovesciandola sul posto.
Testa.
Sorrisi, e mi voltai verso il gruppetto di turchi. Quello che aveva parlato con la locandiera era basso, tarchiato, ma sembrava abbastanza muscoloso. Gli altri erano alti tre volte quanto me. Portavano dei bastoni di legno, dipinti di nero lucido.
"Ehi" urlai "Quando le vostre madri vi hanno messi al mondo, in quel bordello in cui siete nati, probabilmente hanno fatto meno casino. Smettetela di cianciare, ne ho fin sopra le palle dei vostri grugniti!".
I turchi non dissero una parola.
Si avvicinarono soltanto, lenti come un carro funebre.
Le mani scendevano verso i bastoni, come a controllare che tutto fosse al posto giusto. Come i preparativi per una festa.
Ero incerto su cosa dire, o fare.
Per cui sorrisi soltanto.
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