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sabato, 30 maggio 2009
Sul piatto c'era una fetta di tonno arrosto, illuminata da due cucchiai d'olio, colorata del rosso sparso di un pomodoro, abbrustolito sulla graticola e poi spiaccicato tra frammenti d'aglio e odori verdi.
Mangiavo e guardavo gli altri commensali.
Mi parlavano di cose cupe, con tono ora concitato, ora commiserevole.
Gustavo piano i pezzetti di tonno con un boccone di pane, tenevo bassi gli occhi a rimestare nel rosso pomodoro.
Decisi che le cose di cui mi stavano parlando erano in evidente contraddizione con la bontà di quanto stavo gustando. Decisi perciò di guardare meglio.
Seguendo il ritmo della masticazione, accettai la loro esistenza intermittente.
Accettai quei volti sfumati, coi colori evanescenti, che fuggivano impazziti sulla superficie della pelle e dei vestiti.
Si muovevano, non si mescolavano.
Accettai l'estensione delle cose di cui mi stavano parlando.
Vidi un disegno tentacolare, un insieme di canali di luce che scorrevano irrorando in diverse direzioni.
Avrei potuto parlare, ma le sillabe si sarebbero impigliate tra le ramificazioni di quello strano disegno, sospeso sopra la testa dei miei commensali, come una specie di fantasma.
Per cui decisi di lasciarlo lassù.
Guardai sotto i miei piedi.
Anch'io avevo cominciato a sciogliermi piano piano, in rigagnoli di luce viola, lo stesso colore della camicia che avevo comprato, e che piaceva soltanto a me.
Adesso quel colore era un tutt'uno con la mia pelle.
Le membra gocciolavano formando piccoli fiumiciattoli, che si insinuavano tra le crepe del pavimento e correvano fino a fondersi con i muri, le tubature, le fondamenta.
Provai il dissennato, dissonante desiderio di fare capire questa cosa, pur sapendo che non ci sarei mai riuscito.
Non sapevo come sorridere, per cui scoprii leggermente i denti.
martedì, 30 settembre 2008
C'era un sacco di roba senza senso che mi guardava, dagli scaffali del frigo.
Un barattolo di paté di olive nere che non sapevo nemmeno di aver comprato.
Un'altro barattolo di sedicente, e anche parecchio seducente, crema al peperoncino, che alla prova dei fatti si era rivelata poco piccante e anorgasmica.
Una mezza melenzana avvolta nella pellicola, come una Laura Palmer accoltellata e poi abbandonata da misteriosi complotti ortofrutticoli locali.
Nonostante io venga etichettato come persona " disordinata", odio trovarmi in mezzo alle cose inutili.
Rivendico il mio diritto di spargere le cose che mi interessano come mi pare e piace, ma non sopporto di ritrovarmi a convivere con ciò che non mi serve, o che non potrebbe mai servirmi. Potrà anche non puzzare, ma a livello concettuale sempre spazzatura rimane.
La soluzione è arrivata per caso: pasta fredda.
Basta con queste idee stracotte, precotte, e poi ribollite. Basta con gli accostamenti e i contrasti pre-ordinati, tipo " caldo uguale vivo ", " freddo uguale morto ", stabiliti da chissà quale divinità sumera in tempi ancestrali.
Anche nella freddezza si possono trovare sapori degni di interesse? Scopriamolo insieme.
Per prima cosa ho tagliato a tocchetti la melenzana-Laura Palmer, e poi li ho fritti in padella.
Poi, eliminato con carta assorbente l'olio in eccesso, ho messo da parte i tocchetti.
Ho cotto della pasta ( ho scelto il formato farfalla, proprio per rafforzare quest'idea di rinascita dal freddo, ma voi potete usare quella che preferite ), e poi l'ho fatta saltare rapidamente in padella con uno spicchio d'aglio.
In una zuppiera, ho mescolato la pasta con i tocchetti di melenzane. Ho aggiunto un cucchiaio di patè di olive nere ( certo che, avendo a disposizione olive vere, e nere, tritate, è anche meglio), la crema al peperoncino, un poco di pomodorini a pezzetti per evocare il sapore crudo, e infine ho aggiunto del formaggio a scaglie.
Dopo una bella mescolata, ho ficcato il tutto in frigo.
Quando la pasta ha perso ogni traccia di calore, ho consumato.
Il freddo mi ha subito baciato con una violenta esplosione di sapore, giusto per dimostrarmi che il preconcetto di associare caldo e passione è solo una fesseria.
Esperimento riuscito.
mercoledì, 06 agosto 2008
La storia della melenzana nel nostro paese è lunga, travagliata e coperta di sangue.
Con la scoperta delle Americhe, il sangue fu sostituito dal sugo di pomodoro .
Si narra che gli Arabi crudeli e senza Dio avvolgessero i propri nemici in fettine di melenzane, per poi impalarli e mangiarseli.
Per coltivare le melenzane, gli uomini versano ogni anno sui campi fiumi di costosissimo letame.
Ne vale davvero la pena?
Cercheremo di scoprirlo con le ricette di oggi.
Una volta messa sul tagliere la vostra bella melenzana tonda, dovete decidere come tagliarla.
E' una cosa importante, che influenzerà il vostro futuro prossimo in modi che non immaginate nemmeno.
Per prima cosa, proviamo a vedere che succede se la tagliamo a dadini.
Dadini non troppo piccoli, altrimenti la polpa si sfarina.
Poi prendiamo un pentolone di acqua, facciamolo bollire con un po' di sale, versiamoci dentro i dadini.
Quando il contenuto del pentolone sarà ridotto a una polpa bella polposa, non vi resterà che scolare l'acqua in eccesso con lo scolapasta.
Lavorate la polpa dentro una terrina.
Aggiungete uno spicchio d' aglio tagliato a pezzettini piccolissimi, ma davvero piccoli, quasi ridotti a poltiglia, perché sinceramente mi fa schifo masticare aglio intero. Tritate anche delle foglie di basilico fresche e profumate.
Aggiungete un po' di mollica di pane ammorbidita dentro l'acqua e ben strizzata, il tuorlo di un'uovo, parmigiano o pecorino, sale e pepe a piacere.
Amalgamate bene il tutto, come se ne andasse delle vostre vite, poi modellate con le mani un certo numero di polpettine.
Cospargetevi le mani di farina, poi fate roteare le polpette, sempre nella farina. Questa è indubbiamente la parte più divertente ( sono un tipo che si diverte con poco ).
Fate riposare in frigo quei venti minuti, poi, se sentite di avere troppa fame, tiratele fuori.
Scaldate dell'olio in padella, e friggetele.
Avrete così ottenuto delle gustose polpettine di melenzane.
Una volta mangiata una polpettina, scatta uno strano meccanismo psicologico alla Pac-Man, che ti induce a divorarle tutte. Perdi il controllo di te stesso e ti senti un aspirapolvere umano.
Non sono belle sensazioni. Quindi assicuratevi di moltiplicare le dosi, e cuocete una montagna di polpettine.
Se invece avrete deciso di tagliare le melenzane a fette belle spesse, potreste realizzare degli involtini.
Mi raccomando, la fetta di melenzana deve essere bella larga per accogliere il ripieno, sennò è tutto inutile.
Questa volta è consigliabile cospargere le fette di sale e lasciarle a riposare per un po' dentro uno scolapasta, in modo da eliminare l'amaro.
Alcuni pongono un peso sopra le melenzane, per facilitare l'espulsione. Altri si gettano assieme alle melenzane in mare, con una pietra legata al collo. Non sarò certo io a interrompere certe usanze divertenti.
Fatto ciò, friggete le melenzane, mettetele sopra un piatto con carta assorbente per eliminare l'olio in eccesso, e dimenticatevene per un po'.
Siccome è estate e i pomodori sono tutti belli, succosi e luminosi, procuratevene due o tre ben freschi, un passaverdure, e preparate una salsina di pomodoro bella polposa.
Cuocetela in maniera tale che non risulti troppo acquosa.
Cuocete anche un po' di spaghettini, versateci sopra un bel po' di sughetto, un po' di parmigiano e/o pecorino ( io supporto il pecorino, ha più sapore ).
Se vi va, potreste aggiungere agli spaghetti pezzetti di prosciutto, formaggio fuso, funghi o altre schifezze, come si fa per la pasta al forno. Un'altra variante è quella di usare ricotta salata al posto di parmigiano o pecorino.
Prendete poi una teglia da forno, ungetela con olio e un cucchiaio di pomodoro rimasto.
Tenete sul palmo di una mano la fetta di melenzana, poi attorcigliate un po' di spaghetti con la forchetta, metteteli sopra la fetta, e chiudete il tutto come una sorta di saccottino.
Ponete ogni saccottino così ottenuto sopra la teglia. Tranquilli, non dovrebbero aprirsi, ma se non siete sicuri potete fermarli infilzandoli con degli stecchini. Sopra ogni saccottino potreste mettere un pezzettino di formaggio, e spolverare bene il tutto con altro formaggio o il sughetto rimasto.
Cuocete per qualche minuto, il tempo di far sciogliere la gratinatura, e buon pro vi faccia.
venerdì, 30 maggio 2008
Quello che c'è davanti a me, è una vaschetta di gelato affogato al caffé.
Col dito indice la superficie percorrerò, creando nuovi solchi e nuove strade....
Gelato, gelato, le mie impronte digitali hai congelato.
Il senso di colpa è affogato, gelato,
nei grassi variegati all'aroma di caffé.
Dimmi chi è stato, ad inzuppare il dito nel gelato,
il tuo legittimo sospetto punta il dito su di me,
che dal mio dito, succhio tracce, zuccherose di caffé.
sabato, 24 maggio 2008
Nelle spiagge italiane non vengono mai celebrati i veri eroi.
E nemmeno nei parchi pubblici. Quando le donzelle vanno a correre, sballonzolando ridenti e fuggitive i sederini sodi, secondo voi a chi fanno l'occhiolino? Ma al classico bisteccone palestrato, naturalmente! In questi tempi di lampade e televendite di vibromassaggiatori, io ripenso ai miei antenati, che abbrustolivano la pelle al sole raccogliendo le olive, pestandole rabbiosi, duri e incazzati. Poi tornavano tutti sporchi e unti, sul calar della sera, e non se li voleva sposare nemmeno la figlia della Lupa. Oppure penso al popolo della notte per eccellenza, i panificatori. O ancora, a quelli che fanno la pasta fatta a mano. Avete idea di quanta energia ci voglia per lavorare la sfoglia delle tagliatelle all'uovo? Movimenti sicuri, ma al tempo stesso delicati. Bisogna spostare il peso della schiena sulle gambe, per poi lavorare di gomito e di mani. E' l'esercizio di Ginnastica Suprema. Per far sì che da quel molliccio, appiccicoso ammasso di farina e uova si sprigioni abbastanza glutine da tenere unita la pasta durante le più ardenti temperature di cottura serve forza fisica, sudore e pazienza.
Pensate forse che le tagliatelle siano tenute assieme dalla forza dell'amore, come nelle pubblicità della Barilla? Stronzate. Salvare gattini durante nubifragi, pensare alla mogliettina lontana masticando pennette crude trovate nella tasca della giacca non vi procurerà il giusto piatto settimanale di lasagne.
C'è qualcuno che lavora nell'ombra, sudando per l'effimero piacere delle vostre papille gustative. Ammirate con devozione i bicipiti di quelli che fanno il pane o la pasta. Nessuno li caga, coprono i muscoli con orribili magliette bianche, eppure potrebbero sollevare un'intera tavolata di turisti francesi obesi seduti in un mcDonald's. Ecco i veri forzuti dell'era moderna, gli Ercole, i Sansone che salveranno il mondo con una mano, spargendo ripieno per ravioli con l'altra.
La connessione tra pasta fatta a mano e super-eroismo è molto più stretta di quanto si pensi: quando E. C. Segar creò Popeye, il primo e più duro di tutti gli eroi, si ispirò alle braccia dei lavoratori di un pastificio artigianale nel disegnare i prosciuttoni che fungono da estremità per il simpatico marinaio. Quando i colleghi di Segar videro quei disegni, gli diedero dell'incapace fallito che non conosceva l'anatomia umana. Invece erano loro gli ignoranti, perché non si erano documentati abbastanza sulla struttura anatomica dei tizi che lavoravano nei pastifici.
Segar non riuscì mai a spiegare questa cosa, anche perché in America il concetto di " pasta fatta a mano" è incerto e sfumato. In compenso fu la sua stessa creatura a sperimentare in prima persona gli effetti del duro lavoro connesso alla lavorazione della pasta. C'è infatti una storia, realizzata da Segar, che non fu mai pubblicata. Il Priorato di Sion se ne impossessò e decise di occultarla, affidandola alla setta dei Templari, che però poi la persero, tra i Rotoli del Mar Morto.
In essa veniva mostrato il periodo di servizio di Braccio di Ferro nella U.S. Navy, durante il quale svolgeva la mansione di cuoco di bordo. Nella cambusa della nave, impastava tagliatelle, bucatini, tortelloni per i fortunati membri dell'equipaggio. Vi dirò di più: fu proprio lui a inventare la celebre sfoglia per pasta verde, quella arricchita con spinaci. Da qui nacque l'equivoco per cui tutti credono che la forza di Braccio di Ferro derivasse dalla masticazione di spinaci in scatola. Nulla di più sbagliato, perché la resistenza dei suoi muscoli era tutta merito della dura e aspra pratica con farina, uova, spianatoia, setaccio, e mattarello. Gli spinaci invece, da soli, non sono mai serviti a un benemerito cazzo.
sabato, 23 giugno 2007
 L a Premiata Forneria Fiocotram, uno dei marchi più prestigiosi della pasticceria italiana, propone ai propri affezionati consumatori un nuova, gustosa specialità :
I Biscorsi.
Nati dall'incontro tra la passione decennale degli antichi fornai magici del Vecchio Mulino e le anfetamine, i Biscorsi hanno un gusto avvolgente, corposo, e croccante.
I Biscorsi sono ideali da gustare durante le conversazioni in treno, alla fermata dell'autobus, per strada con gli amici, in ufficio durante la pausa caffé, insomma, in ogni momento della giornata in cui avete voglia di parlare un po' con qualcuno. Inserendo un Biscorso in bocca, potrete masticarlo e inghiottirlo tranquillamente, pur continuando a parlare. Anzi, la voce uscirà fuori più chiara e melodiosa, con tono fermo ma gentile, ideale per portare avanti le vostre ragioni con convinzione e garbo, riempendovi contemporaneamente lo stomaco.
Grazie alla struttura del biscotto, i cui frammenti vanno perfettamente a tempo con la vostra lingua e i vostri denti, potrete aprire e chiudere la bocca senza che una singola briciola scappi via, colpendo chi vi sta davanti, o spargendosi dappertutto. I tecnici del suono della Forneria hanno lavorato a lungo per ammorbidire il rumore del biscotto sgranocchiato, manipolandone le frequenze sonore con pazienza e passione, al fine di trasformare il tipico " crunch" che produrranno le vostre mascelle in un rilassante sottofondo di musica sinfonica.
Il gustoso cioccolato dei Biscorsi stimolerà i vostri centri dell'apprendimento, aiutandovi a comprendere le ragioni dell'interlocutore e i suoi punti di vista.
E nessuno potrà più dirvi che è maleducato parlare con la bocca piena.
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