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Il meraviglioso blog dei refusi©

 

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venerdì, 22 maggio 2009
 

La casa sulle Nuvole

Michele e Lorenzo sono fratelli, cresciuti senza "le carezze che bloccano al muro" e fanno venir voglia di "volare via". Il padre,  irrequieto e anticonformista viaggiatore, scomparso da anni, vende la casa in cui vivono e li costringe a intraprendere un viaggio in Marocco per andare a cercarlo.
Il modo di fare cinema in Italia, pur con le inevitabili critiche che derivano da un approccio ormai considerato scontato e ripetitivo, non riesce a sottrarsi dal bisogno di comprendere la propria realtà, il proprio presente.  L'incrocio di questi temi con quelli dell'impianto narrativo da "road movie" riesce a dare corpo, colori, forme inquiete alle emozioni, ai dubbi, alle contorte ragioni del cuore. Attraverso le strade polverose, le distese del conturbante deserto, il cielo azzurro due generazioni si fronteggiano, si fanno domande, tentano di comprendersi.  Due fratelli, l'uno oppresso dalla dolorosa responsabilità, l'altro ignaro, affascinato, attratto dal mito di una figura paterna tratteggiata con colori sfumati ma ardenti ed eroici. Nella loro dicotomia c'è tutta l'incertezza dei giovani uomini di oggi. Un padre che diventa simbolo orgoglioso di una generazione che ha scelto, a dispetto delle conseguenze più estreme, di inseguire le proprie passioni. Nonostante questa difficoltà nell'incontrarsi e nell'intrecciarsi, inseguire le proprie emozioni, forse con una maggiore consapevolezza dei propri bisogni, nel più classico schema del "viaggio attraverso il cambiamento", porta comunque a sorprese che nessuna delle parti si aspettava, o credeva possibili. Sebbene l'impianto narrativo e l'idea possano sembrare già sfruttati, c'è molta partecipazione e curiosità nello sguardo del giovane regista, capace di dare colore e corpo alle emozioni in modo coraggioso, perché adattare le tensioni psicologiche a un ambiente esotico, sconosciuto, difficile da rendere in tutte le sue sfumature culturali e sociali mette a dura prova la padronanza del mezzo espressivo, dell'occhio del regista.
Direi che da questo punto di vista la prova è ampiamente superata.
postato da FiocoTram | 22/05/2009 08:59 | commenti
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sabato, 02 maggio 2009
 

Il pranzo di Ferragosto

Il regista Di Gregorio ci racconta della placida e tranquilla convivenza tra una nobildonna decaduta e tenera, e un figlio di cui sappiamo poco, indizi che ci rimandano  l'immagine di una persona paziente, affettuosa con la madre,  ma forse un  pizzico opportunista, legata al "guscio" tranquillizzante che questa situazione gli consente, a metà tra affetto  sincero e comoda protezione contro il mondo.

L'antica casa romana dove vive con la mamma ex benestante, e ancora signorile nei modi e nella vivacità culturale, è funestata dai debiti.
In tempi di crisi economica, i problemi degli anziani che non arrivano a fine mese (che spesso si amplificano nel dover fungere da unico reddito per nipoti e figli non indipendenti) si contrappongono a quelli più egoistici delle classi agiate, che in un periodo di tagli scelgono di sacrificare i soldi destinati alle pensioni e alle badanti per godersi comunque le vacanze.

L'amministratore chiede dunque al giovane di ospitare per Ferragosto l'anziana madre, in cambio di un'alleggerimento di tasse e bollette. Da qui le cose sfuggono di mano: la convivenza  infatti non sarà facile, specie quando gli ospiti e i problemi iniziano a moltiplicarsi...

E' di scena il mondo degli anziani, inquadrati in ogni ruga, in ogni movimento capriccioso, nella commovente vitalità che anima corpi non più autosufficienti, apertamente in contrasto con una generazione giovane forse solo anagraficamente, ma davvero troppo cinica, rassegnata e stanca. Teneri, certamente, ma di sicuro non prevedibili, e capaci di riservare sorprese non sempre gestibili.

Il tutto viene raccontato con ironia, ma senza rinunciare al gusto per la composizione e l'equilibrio. Il regista sceglie di seguire i movimenti e la recitazione dei personaggi, senza  appesantire la storia con esuberanze varie, puntando più al realismo di dialoghi, alla ricostruzione dell'atmosfera quotidiana, che alla ricerca ossessiva di situazioni comiche o paradossali.

I dialoghi e le situazioni vengono apprezzati ancor più dal fatto che le vecchine non sono attrici professioniste, e quindi tutto quel che esce fuori avviene in modo quasi spontaneo.
Il risultato è un meraviglioso equilibrio tra neorealismo e commedia.

Unico aspetto negativo: la trama complessiva risulta esigua e abbastanza prevedibile, e forse alcuni aspetti del rapporto tra i protagonisti  andavano approfonditi di più.
postato da FiocoTram | 02/05/2009 00:11 | commenti
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domenica, 26 aprile 2009
 

Imprint-sulle tracce dell'assassino

"Posso sopportare qualunque crudeltà mi venga inflitta
Quello che non tollero è la gentilezza"


Un viaggiatore americano vaga per il Giappone alla ricerca di una donna di cui era innamorato, e che gli si era promessa in matrimonio, e approda in un'inquietante isola in cui le donne vengono vendute come strumento di piacere.
Questo film, originariamente concepito per la serie "Masters of Horror", e ritenuto troppo estremo dai committenti americani per essere trasmesso, rappresenta il Takashi Miike che preferisco: duro e spietato, senza scendere a compromessi né narrativi, né soprattutto visivi.
Anche per chi ha sopportato le sequenze splatter e le torture di Audition o di Ichi The Killer, sono qui presenti momenti di vera e propria crudeltà visiva, con dettagli al limite dello snuff movie.
Si tratta comunque di un prezzo accettabile da pagare, poiché la storia di base è affascinante, svelata a poco a poco attraverso un racconto da cui estrarre di volta in volta contraddizioni e bugie, fino a ricostruire l'esatto decorso degli eventi. Un'odissea di povertà, dolore, e decadenza dei rapporti umani.
E' impossibile porci come giudici equidistanti di ciò che vediamo accadere in questa storia: possiamo solo guardare, impotenti, mentre le nascite si susseguono alle morti, e i cadaveri, il marciume, le conseguenze del decadimento tornano sempre a galla, trasportati dalle correnti fluviali fino al nostro sguardo.
postato da FiocoTram | 26/04/2009 22:46 | commenti
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sabato, 25 aprile 2009
 

Crescere Collocare 7

Aprii la porta. Dentro c'era né più né meno di quello che avevo immaginato.
Una cosa brutta, che si reggeva in piedi a fatica. Ogni respiro era un piccolo miracolo, per quanto perverso.
Gli occhi si inumidirono: pensai a tutte le cose che poteva imparare.
Pensai al modo di usare gli oggetti di quella stanza in combinazioni più armoniche, che facilitassero nuovi tipi di movimento, non più in avanti, o indietro, ma in ogni direzione.
In ogni possibilità.

Ma io ero solo un bambino. Cosa avrei potuto fare?

Sistemai in fretta quello che c'era da sistemare. Mi sbarazzai delle tracce, e lasciai la porta aperta.
Adesso era una stanza come tutte le altre, non c'era bisogno di nascondere nulla.
Non mi restava che riprendere il mio posto, e aspettare la ricompensa promessa.
Presto mi avrebbero lasciato andar via da lì,  una volta per sempre.

Chissà se quella ragazzina dagli occhi piccoli era rimasta fuori ad aspettarmi.
postato da FiocoTram | 25/04/2009 04:59 | commenti
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The Wrestler

" Sono un vecchio pezzo di carne sbattuta, e sono solo".
Aronofsky sceglie una telecamera simil Dogma 95, che segue implacabile il protagonista  nel suo claustrofobico documentario di sangue, sudore e lacrime, in un'America fredda e avara, nella quale pascolano perdenti.
Una realtà al tempo stesso  commovente e disgustosa.
Mickey Rourke è completamente al servizio del suo personaggio. Soffre, si fa male, si trasfigura.

La Tomei è disillusa, ma con dolci barlumi di romanticismo, e fornisce un'ottimo contrappunto alla prova di Rourke. Una donna, bella, spietata, fragile, contraddittoria, che è assieme motore inconsapevole e spettatrice impotente degli eventi.
La giovane Evan Rachel Wood, "l'altra donna" del film, disegna il suo personaggio con tratti durissimi. Attraverso la sua maturità precoce mostra un mondo svelato a metà, e ancora più sofferto.

Il modo in cui la storia è condotta, dall'inizio alla fine, contribuisce a darmi un'idea di circolarità, quasi come se potessi riavvolgere il film e tornare allo stesso punto iniziale, per poi ripetere quelle esperienze e farle sfociare in un determinato punto.
Ecco, credo che al di là dei discorsi sul mondo del wrestling, Aronofsky sia riuscito a rappresentare in modo perfetto la degradazione circolare, l'eterno ritorno del perdente, intrappolato per tutta una serie di motivi, sia esterni che personali, in una spirale di sacrificio e sofferenza, il quale diventa vita accettabile soltanto se condivisa con il pubblico. Si puo' allargare il discorso wrestling e considerarla una parabola più allargata, quella dell'Artista visto nella sua essenza più distruttiva. Un sacrificio perpetuo, inconcludente e inconcluso, eppure vivo,consapevole e passionale.
postato da FiocoTram | 25/04/2009 02:49 | commenti
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The Mist

Il Frank Darabont de "Il miglio Verde" e de "Le Ali della Libertà" ha un ottimo curriculum come adattatore di opere tratte dai romanzi di Stephen King, e non fa che confermare le sue doti in questo film. E' interessante soprattutto la concretezza e i problemi reali con cui si scontrano tutte le opposte filosofie messe in campo dai personaggi del film (tratto da un racconto del Re di Bangor che purtroppo non ho ancora letto).

Il personaggio della fanatica religiosa (ottimamente recitato da un'attrice attenta anche alle sfumature, come il fatto di sciogliersi i capelli nel momento in cui si acquisisce maggior carisma e affermazione personale) mette in campo ulteriori riflessioni, perché la sua visione è l'unica che riesce a imporsi sulle altre, mediante il meccanismo che gioca sul rifiuto, sulla paura della diversità, e sui sensi di colpa.
Alla fine sarà lei a "spezzare" la libertà di scelta delle opposte fazioni, tentando di imporre il suo volere sulle altre. Anche questo purtroppo è abbastanza verosimile.

Gli sviluppi narrativi di questo film, venati di cinico pessimismo e amarezza, contribuiscono a renderlo un ottimo horror catastrofista.
Ci sono echi narrativi lovecraftiani, che si mescolano al senso di terrore dato dagli sconvolgimenti ambientali e allo stress dei luoghi chiusi.
L'espediente della nebbia sfrutta al meglio il potenziale horror delle creature sovrannaturali,  in un gioco di tensione in cui viene mostrato il meno possibile, e permette di superare i problemi di budget di una realizzazione tecnica non eccelsa.
postato da FiocoTram | 25/04/2009 02:41 | commenti
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