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domenica, 15 novembre 2009
Ultimamente il mondo in cui mi ritrovo a vivere è piccolo, stretto e allucinato.
Fare una passeggiata significa rimanere senza fiato, non di fronte a chissà quale spettacolo, ma per colpa di uno strano fenomeno di rarefazione dell'aria.
Non so se sia una cosa normale, magari data dal tempo o dal freddo, ma non la percepisco come tale. Sentirsi soffocare mentre si cammina rende parecchio difficile immaginare di poter volare e sparare arcobaleni dalle dita, anche se questo non implica che non ci si provi lo stesso.
Anzi, forse dopo un po' la mancanza d'aria rende più facile cercarla altrove.
Ma già verso le sei di sera, da quando hanno chiuso la piazza per lavori, temporanei (secondo una scala di definizione tipicamente meridionale) c'è un'oscurità quasi innaturale, non attenuata dalle luci artificiali, la cui debolezza opaca sembra quasi dare l'effetto di un acquario riempito di melma.
Forse è una metafora un po' sprezzante, ma allora perché tutti quelli che incontro hanno gli occhi sbarrati?
Una mattina mi è capitato di vedere un vecchio conoscente che non vedevo da anni, mi è venuto istintivo alzare la mano per salutarlo.
C'era un sole bellissimo. Quando il suo viso è emerso dalle ombre del negozio in cui si era attardato, sorrideva pure lui, ma era un sorriso strano.
E poi i capelli erano diventati tutti bianchi. Sembrava che durante la mia assenza gli fosse venuta una malattia, di cui non ero a conoscenza.
Hanno davvero gli occhi sbarrati? O forse è colpa del mercato del pesce?
Immagini sovrapposte.
Cancelli. Marciapiedi in frantumi. Impalcature. Gente che cammina. Occhi come pesci.
L'aria come il bancone del mercato.
Espone cadaveri tra foglie di insalata e decorazioni, per simulare un habitat naturale.
Quando i cantieri sbarrati, le ruspe e i camion producono quel rumore martellante viene quasi naturale immaginare metodi strampalati e fantasiosi per scavalcare le barriere architettoniche.
Le arti di persuasione retorica tentano di farmi mangiare merda, ma io non perdo più
tempo a spiegare perché non mi piace.
Preferisco alzarmi e fare una passeggiata.
L'analogia tra immagini crea pensieri nuovi, forse folli.
Ma è una follia che purifica.
Non è come costruire l'estensione delle proprie paure, sotto forma di impalcature che nascondono il paesaggio.
Non è come zittire con la ripetitiva violenza di un automa il silenzio argentato della natura.
Non è come rinchiudere dentro forme claustrofobiche, tentacolari, coperte di spine, le proprie esigenze autobiografiche.
Riportare alla luce i sogni notturni, annotarne le immagini, significa specchiarsi nell'immagine chiara di ciò che penso veramente.
Le mie paure, le mie meschinità, le mie speranze, anche le più stupide.
Molto meglio di quanto potrò mai riassumerle in uno scritto cosciente.
Torno a fidarmi dell'istinto, quando la ragione mi distanzia troppo da ciò che vorrei.
La fantasia e i sogni diventano un rigurgito necessario, quasi fisico, che sopperisce alla limitazione di libertà.
domenica, 18 ottobre 2009
Non è questo che mi spinge a scrivere e parlare.
Continuerei ad aver fame anche di fronte a un'ecatombe di cadaveri.
L'odore della morte, il sapore salato della disperazione mi fanno venire voglia di ballare e cantare.
I funerali mi fanno trattenere a stento un sorriso.
Puoi prendere le cose che ti dico, cucirle assieme in un servizio da talk show pomeridiano.
E poi dire alla gente: "Avete visto? Questo è il vostro nemico".
Perché non ho il cuore per oppormi alle storie raccontate bene.
Mi piacciono le storie, ne sto già immaginando una su di voi.
Siete chiusi dentro uno studio televisivo, la temperatura del condizionatore è sempre più bassa.
Serve a tenervi conservati, perché state marcendo tutti.
E poi immagino un finale degno, una via di fuga sottolineata dalle note di Vangelis.
Come il finale posticcio di Blade Runner, che non era affatto male.
Una volta un tizio che conoscevo mi sorrise, con una certa sicumera.
Mi disse: "Ti ho inquadrato".
Come a dire: ho capito tutto di te, potrei sostenere un esame sulla tua vita e prendere trenta.
Scusami, ma non ti credo. Io non ci sono ancora riuscito, e ho a disposizione molte più informazioni di te a riguardo.
Non ho dimenticato il volto di mio padre.
Già soltanto su questo ci sarebbe da dire un sacco, altro che saghe fantasy.
I miei pensieri rintracciabili e quelli che non ti confesserò mai.
Annoto i miei sogni.
E tutto ciò, pensa, non è ancora abbastanza per capire come mai quella volta, quel giorno, oggi, le cose sono andate in un certo modo.
In realtà l'unico tuo vantaggio è la rapidità con cui estrai la carta-esperienza di vita.
Quella che nei dialoghi da treno serve all'interlocutore per diventare capobranco.
Siccome ti rompi le palle ad ascoltare gli altri, intervieni, e ne spari una davvero grossa.
"Perché sapete, tutti parlano di zingari, ma io ne ho mangiato uno".
Così i più creduloni rimangono in silenzio, con gli occhi sbarrati, a seguire il racconto.
Gli altri invece seguono svogliati, sempre in silenzio, in attesa che la smetti, o si addormentano.
Purtroppo, prima che la mia vita riesca a farsi promuovere al rango di aneddoto da bar, ne passeranno di stronzate.
Quindi non è ancora arrivato il tempo di andare nei postriboli che frequenti con faccia da duro, e fartela raccontare, bambino.
Ti lascio fare il bullo, mi accuccio in un angolo a recitare la parte del fesso, l'unica che mi riesce convincente.
La mia tristezza provoca indifferenza.
Le mie mutilazioni stanno sotto il cappotto.
Non riesco a guardare il vuoto con aria malinconica.
Mi viene sempre da sparare qualche stronzata.
Anche quando vorrei piangere.
Chiamalo istinto di sopravvivenza, invece è poco più di uno starnuto.
In ogni caso, bambino, la fede che hai nel tuo personaggio, o in quello degli altri, non ti rende migliore.
Anzi, è l'esatto contrario: hai bisogno di credere in qualcosa, come tutti.
Se avessi la forza per essere padre ti adotterei, per rovinarti la vita.
Ma ho già abbastanza problemi a rammendare i calzini e riparare i tubi del bagno.
Mi piace che la gente sia libera di credere quel che vuole, perché la fede, che sia in Dio o in sè stessi, è una cosa che mi ispira tenerezza.
Questo non renderà la realtà più semplice da maneggiare, è soltanto una delle tante scorciatoie per placare le lacrime.
Se volessi drammatizzare un po' (perché no? in fondo è divertente) potrei dirti che il desiderio del Paradiso finisce solo per renderti schiavo.
Non ti importa più di lottare perché ti basta fare il buono e andare in vacanza in Paradiso.
Magari potresti chiamarla nostalgia del cielo, rimpianto per le stelle alle quali hai appeso i miti dell'infanzia.
Siamo sicuri?
La nostalgia non rappresenta altro che la paura del futuro.
Il timore di quello che non conosci è una reazione istintiva, animale, ma senza alcuna logica.
Finché non uscirai di casa non saprai mai se i bei vecchi tempi sono l'unica cosa che ti resta.
Finché rimarrai chiuso lì dentro, sarai soltanto l'ennesima marionetta del mercato, che modella la tua nostalgia in forme commercialmente appetibili.
Le carezze che ho perduto non erano migliori delle altre che potrei trovare, se solo avessi la forza di aprire la porta.
Il fatto di avere bisogno di quei baci, di quei sorrisi, significa soltanto, a un'analisi più approfondita, avere una paura fottuta di non riceverne mai più.
Questo lo capisco benissimo, non sono scemo come credi.
Ma capirlo non mi impedisce di aver paura, come te.
L'unica cosa che posso fare per adesso è specificare che non ho rimpianti.
Prendila come una dichiarazione d'intenti, più che un'affermazione.
E lasciami il tempo di fare colazione, di fare una passeggiata, di ridere un po' delle cose che parlano di sesso, politica, religione e morte.
martedì, 13 ottobre 2009

L'ennesima discussione in macchina con zii e parenti.
Le parole si attorcigliavano come un labirinto, attorno alle solite cose.
Crescendo ho preso altre strade, mentre chi mi è caro è invecchiato terribilmente, radicalizzando i propri dubbi, lasciandoli a incancrenire nella paura.
Persone di cui mi fidavo cominciano a sembrarmi estranee, ostili.
Mii parlano di guerre civili, della logica ottusa di sogni piccolo-borghesi, cullati dall'abusivismo e dall'incoscienza.
Mi parlano di illegalità chiamandola furbizia e intraprendenza.
Nel frattempo un paesaggio familiare scorreva sul finestrino, con le solite immagini uguali a sé stesse.
Le case sulla collina del Messinese continueranno a convivere in equilibrio precario coi voti promessi a qualche signorotto feudale.
Lotteranno per la stessa fetta di pane, con altri poveracci che chiamano alieni e clandestini.
Libereranno i ladri e li chiamano perseguitati, poi mandano a morire i loro stessi dei, sacrificati sull'altare dell'ipocrisia.
Punteranno il dito contro i nemici della democrazia, riconoscibili dal mocassino bianco della morte e dal terribile calzino turchese.
E quando non potranno né comprare né fare da spettatori, diventeranno protagonisti di qualche programma televisivo strappalacrime.
Già li vedo accalcarsi, famelici, mentre implorano le telecamere di inquadrarli almeno cinque minuti, di fotografarli vicino alle macerie, di aiutarli ad esistere.
L'Italia dei Lotofagi Berlusconiani continuerà a mangiare avidamente le illusioni putrescenti generate dai propri morti.
E' come vedere l'Alba degli Ultracorpi viventi, senza rendersi conto che fai parte del film, e che sono gli altri a guardarti.
Le memorie dalla mia prigionia finiranno commentati in qualche talk show pomeridiano, da una manica di perfetti imbecilli.
Mia nonna è morta durante i tristi giorni del dopo-alluvione.
Il deposito del cimitero di Messina puzzava da morire.
Era pieno di bare, avvolte dalla bandiera italiana come grissini nel prosciutto.
Le foto sorridenti di gente che non potrò mai conoscere, sistemate in mezzo ai fiori, come il disordine artistico dei popcorn sparsi sulle foto dei cataloghi Ikea.
I colori della bandiera erano pallidi come un ricordo pallido, da negozio d'antiquariato
Come l'amore dei nonni, i loro baci e le loro carezze che colmavano il passato, portati via dal presente aspro e silenzioso.
venerdì, 11 settembre 2009
La cosa più triste che ho fatto Lunedì mattina è stato guardare le mani di una madre che frugava tra le macerie di una casa, cercando il ricordo del bambino che amava. La cosa più triste che ho fatto Domenica mattina è stato guardare dentro i sogni di un universo parallelo, consumato dalle fiamme fredde dell'inverno, rigurgitato come cenere di ghiaccio tritato. Messo da parte come la musica, quando pizzica troppo le corde della tua fantasia, e c'è sempre qualcosa di più meccanico da fare.
Non importa quale lavoro tu faccia, ci sarà sempre bisogno di raccontare qualcosa di triste per cominciare una storia. Non è mai abbastanza bello raccontare cosa possono fare un paio di mani durante la giornata. Sarà sempre considerata poca cosa il tocco leggero e affusolato che progetta e plasma pensieri piuttosto che crediti, speranze piuttosto che sopravvivenza.
E poi mi dicono:
"Non è mai abbastanza bello. Non è mai abbastanza. Non E'".
"Non può essere".
"Non puoi".
Cosa c'è da dire di fronte alla Negazione? Posso soltanto muovermi controvento, aggrappandomi ad ogni brezza leggera. Posso soltanto continuare a darle in pasto qualcosa da negare, da separare, da ridurre in poltiglia. Le sue fauci affamate sono l'unica cosa che mi tiene a terra. Saprò ringraziarla anche per questo, mentre mi abbaia contro, nascosta dietro le sembianze di un cane dispettoso nascosto dietro una porta. E poi grido contro il suo muso umido le cose in cui credo, le macerie che raccolgo e cerco di riaggiustare, i viaggi che vorrei fare. E lei nega, negherà sempre.
Ma mi basta come ricompensa quel suo sguardo confuso quando invento qualcosa capace di spiazzarla, anche soltanto per pochi secondi. A volte, davvero, è solo questione di pochi attimi stretti dentro la mano. E pensare che la mia è pure piccola, per cui devo stringere più forte. Lacerato dal bisogno di avvolgermi dentro un cappotto di regole da seguire, vago per i bassifondi, cercando di collegare insieme frammenti isolati, per dare coerenza e risposte al mio passaggio. Cerco di sorridere alle verità che incontro per strada, perché quando torno a casa non esistono bugie.
E se non c'è spazio per le menzogne, allora dipingerò, disegnerò, costruirò i miei talismani, negando quella stessa logica che mi difende, immaginando magie irrazionali capaci di carezzare le persone lontane. Perché questa è l'unica risposta possibile per me, contro la solitudine e la lontananza. Tu invece parli arrabbiato e ignorante da dentro un manifesto, tu che ti sazi del tuo stesso cinismo, coi denti splendenti che dicono:
"Quando volti le spalle a qualcosa, il peggio che ti può capitare è non avere abbastanza spazio in frigo, per contenere tutto il cibo che ti avanzerà".
E allora dimmi, povero vecchio obeso e arrabbiato, cuore deserto e raggrinzito, dimmi cosa fai quando resta l'amore. Cosa te ne fai dei sentimenti che nuotano nei pensieri, di quelle cose che non esistono eppure picchiano sulla testa con la stessa violenza di una tempesta? Cosa fai quando sei costretto a negare un sentimento che ti morde, avvolto nel cuore? Non ci sono spiegazioni, c'è solo energia. Puoi decidere di usarla e condividerla, oppure farti consumare da essa.
Io ho scelto di esserci, e tu non ci sarai. Anche i miei amici scelgono di esserci, quando partono o se ne vanno per sempre. Osservo nel cielo l'assenza di confini, le forme cangianti nascoste tra le nuvole, e non mi importa che si tratti di mere pareidolie. Non rifiuto il prodotto della mia esistenza, con lo stesso movimento con cui consento all'aria di passare nei polmoni. Ho conosciuto altre risposte, in passato. Violentando il mio corpo, con una perenne puzza di cadavere impiccato a ogni giro di Alba, che non è un liquore esotico, ma è capace di brillare lo stesso, con una luce più forte di quella riflessa sopra mille bicchieri messi in fila dal sorriso di una barista.
Che poi il sorriso stesso è un'illusione gettata indietro, mentre il corpo scivola via. Lascia la scia di denti che brillano, come l'osso regalato ai cani, per poter continuare a camminare, a muoversi, verso il proprio destino. Già, mi chiedevo... chi sa mai qual è il destino di una barista? In genere, nelle storie, chi si è mai occupato delle avventure di un mescitore? Tutti gli occhi si concentrano sullo straniero senza nome che entra nel saloon. Ma chissà che avventure potrebbe raccontarti chi resta indietro, chi serve ai tavoli.
Storie che aspettano, in attesa che qualcuno le racconti.
giovedì, 06 agosto 2009

Le nuvole del cielo, ieri sera, per un attimo hanno preso questa forma.
mercoledì, 08 luglio 2009
"Io e te potremmo andare verso qualcosa di un poco più complesso rispetto al silenzio festoso di una poesia interrotta sul più bello, per correre alla festa in piazza".
Saremo oltre la Scelta e la Sorte. Saremo innamorati, che corrono stringendo il pensiero di dolci follie. Saremo ciò di cui ci si innamora, scambiando con uno sguardo fugace cento notti di veglia e poesia.
Giocheremo a dadi sottocoperta. La notte canteremo la felicità nascosta nelle insenature della baia di smeraldo, nelle puttane dei porti della Grecia, nei buchi di culo di fiordo dei profeti ciechi e dei sapienti ubriaconi del profondo Nord. Una benda andrà coprire i nostri sguardi più belli, perché ci sia una cosa da poter spogliare, nelle camere chiuse di felicità silenziose. Le nostre rughe e le nostre cicatrici saranno più preziose di una medaglia d'oro. Il sapore dolceamaro della nostra ricchezza rimarrà sopra le bocche avide di liquore e vino. Al culmine di una felicità rubata, raggiunta per pochi istanti, comprata a peso d'oro, oppure semplicemente trovata per terra, chiuderemo gli occhi intorno a quel pensiero piccolo e dolce. Una striscia di luce lunare carezza già il mare scuro come vino. Sarà il sentiero sopra cui voleranno i nostri sorrisi, nutriti all'ombra di una notte coperta da sogni sereni.
Stillicidio è una parola, un modo di battere il tempo, che cade via dai rubinetti chiusi male, nelle notti pesanti. Ma il tempo è misura di solitudine, la vita invece è fuori e dentro la goccia. Universi di micro-organismi, strutture, equilibri. Immagino di poterli vedere, ma se mi avvicino la goccia si sfalda, diventa umido.
Ciò che resta delle lacrime. Per questo estraggo avido la luce dal tuo guscio di buio.
Plasmo un pensiero, lo immagino volare, per te.
E anche per quelli per cui forse, adesso, domani, o mai, è già inutile.
Ma i pirati non si arrendono, scivolando in una notte così bella che non ha padroni.
E solo i libri possono sperare di chiuderla.
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