FiocoTram

   

Il meraviglioso blog dei refusi©

 

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Se mi apri in due come un giornale esce
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domenica, 29 novembre 2009
 

Croma



Sirene corrono chissà dove.
Stridore di denti reseca via il silenzio del mare.
Vedove vestite di schiuma salata inghiottono i cadaveri nei gorghi d'acqua profonda.
Nove onde si infrangono sugli scogli.
Nove madri fanno emergere dall'olio un fagotto di pasta sfrigolante.
Consapevolezza  severa e matriarcale annulla ogni pretesa di nostalgia.
Madre superiora, la clausura nega il riposo dei sorrisi.

Non ho più bisogno dell''ultima volta in cui  ho bevuto una birra.
Avverto quello stordimento dei sensi che raccontavi così bene, senza artifici.
Niente più costose e colorate marche a imbrattare i muri del supermercato imbiancato.
Niente più mercato nero, distillerie compunte.
I miei vecchi compagni: marche di dolciumi infantili di cui non ricordo più il nome.
Osservo il tempo che ci vuole per liberarsi dalla zavorra.
Certezze da riparare cadono e si infrangono nel lavandino.
Muri da ritinteggiare.
Umidità sulle pareti.
La Dama Nostra mi nausea sempre di più.
Davanti a me evanescenti arroganti fantasmi.
Pretendono l'abbraccio della carne che non è più.
La fotografia si sente incompresa, ma è soltanto gialla.
Ho le dita intrise di un odore che prima mi sembrava piccante, avvolgente.
Ma adesso so perfettamente cos'è: sapore di piscio.
La Dama Nostra cade in frantumi.
I pezzi tutti neri si spargono in aria e volano via come pipistrelli.
E se il pensiero non fosse uno, ma u
na Legione di demoni alati e frastornanti?
Scivolo incauto nelle immagini di una trincea.
Ho paura di abituarmi all'odore.
L'amore strappato via dalla realtà, incollato a forza in un rituale alla deriva del significato.

La rivelazione di un cuore che batte attr
averso le pareti.
Lingue bluastre fuori dalla bocca.
Cerco di grattare via la primavera dal bianco dei muri.
Fiorisce il ricordo di una carezza dai petali blu.
Pensieri di petalo lontano. Un respiro per soffiarli via.
Trattengo un po' d'aria dai denti, e mi vergogno.
Inspirare altra aria diventa un egoismo colpevole.
Ma non è facile comprendere queste cose.
E nemmeno vederle.
Sono cieco come gli occhi di plastica di un automa che fissa i passanti.
Cedo in offerta i miei ingranaggi, i filamenti multicolori.
Divinità lontane scompigliano la mia esistenza meccanica.
Mi concedono una barcollante umanità.
Guardo le stelle per dormire.
Mi faccio d'ombra.
Rivolgo alla candela dentro la stanza il pianto cadenzato delle mie giaculatorie.
Dita. Non più carnose. Esangui.
Scheletriche.
Un orrore senza paura.
La sacralità è vuoto.
Come l'altare.
Il sacrificio è
Intorno a me perle di storie incastonate in gusci rocciosi e appuntiti.
Tocco. Gratto. Mi sanguinano le unghie.
L'unico umore che riesco a versare.
Il corpo secerne distanza.
Freddo.

No.

Inversione. Rovescio. Stringo l'aria come una manopola.
Fruscio di vestiti che cadono sul pavimento.
Acqua calda.
Casa.


lunedì, 23 novembre 2009
 

Ci vorrebbe un titolo (per questo racconto)



La madre viveva all'inizio del bosco, in una baracca sospesa tra i ritagli del tempo.
Così come era sospeso, tra le maglie del tempo altrui, il suo mestiere di puttana.
Passava le sue giornate aspettando i clienti.
Oppure la morte, indifferente.

Quando suo figlio fu abbastanza grande per muovere i primi passi nel bosco, ci fu subito la paura.
Tornava sempre da lei in lacrime, graffiato e sporco.
E poi raccontava storie di lupi, demoni, fantasmi e altre stronzate.
Nessuno è mai riuscito a stabilire che tipo di poteri avessero queste creature, nei secoli passati.
In compenso, tutti conoscono le cose che fanno paura oggi.
Ma nessuna di esse, che Dio ci perdoni, può essere nominata.



Stanca di incubi, piagnistei e folletti, la madre decise di affidare il ragazzo  alle cure di una megera.
Una lontana nostra parente, gli spiegò.
Ma in realtà la vecchia era soltanto uno dei tanti creditori che la assillavano durante il giorno.
Aveva così tanti debiti che spesso era costretta a concedersi gratis.

La megera, poco interessata alle grazie femminili, aveva scelto un'altro tipo di pagamento.
Non c'è molto da stupirsi, se  pensate al silenzio divorante della natura, che alcuni chiamano pace.

Il ragazzo fu portato lì al mattino.
La vecchia aprì la porta maledicendo la serratura arruginita.
Non guardò nemmeno il ragazzo, gli intimò soltanto di rimanere zitto, in un angolo.
La madre andò via senza voltarsi.

La vecchia ricevette per tutta la mattina signori ben vestiti.
Teneva gli occhi aguzzi, e una smorfia colma di ironico disprezzo.
Tirava fuori pile di carte, e mucchi di fotografie.
I signori strabuzzavano gli occhi come bestie in trappola.
La fronte iniziava a luccicare di sudore.
La vecchia rimaneva in silenzio, tutta nera e brutta, non le si vedevano nemmeno gli occhi.
E alla fine gli uomini eleganti si decidevano a pagarlo, quel silenzio.
E lo pagavano salato.



Quando rimasero soli, il bambino era ormai convinto che la vecchia l'avrebbe cucinato per pranzo.
Aveva biascicato le poche preghierine che conosceva ed era rimasto a tremare, sperando che tutto potesse finire presto, e che non facesse troppo male.

Invece gli venne dato un piatto di minestra fumante. Aveva un colore orrendo, ma un ottimo sapore.

La megera divenne "La nonna".
La madre tornò a essere "La troia".
Il figlio venne chiamato Klaus, e da allora in poi non gli mancò un piatto di minestra, a pranzo e cena.

Però doveva guadagnarseli.
Ad esempio di notte, quando la gente dorme, o sospira.
Klaus stava zitto, si nascondeva.
Poi aggrediva quelli che si avventuravano nella nebbia, invece di stare al calduccio dei loro letti.
A volte prendeva la borsa, altre volte la vita, o entrambe.

A questo mondo si è costretti a guadagnare il pane facendo spesso cose strane.
Divenne così bravo che a un certo punto la nonna lo presentò ad alcuni amici.
Pian piano divenne esperto  nel fare cose che gli altri non volevano fare.

Era veloce, ma pietoso. E soprattutto pulito.
Quelli che fanno certe cose solitamente indugiano troppo in pratiche macabre.
Quando si tratta di cose noiose, tristi e sporche come ammazzare la gente, divertirsi un po' è considerato da certi depravati un bonus aggiuntivo.
Klaus  non era sadico, ma piuttosto metodico e ordinato.
Voleva sbrigarsi in fretta e tornare a casa, per godersi un buon libro e una cenetta tranquilla.

A volte c'erano piaceri imprevisti.
Qualche donna, illudendosi di essere risparmiata, gli si concedeva.
Era tutto inutile, ma Klaus le lasciava fare.
Anche in quel caso si sbrigava in fretta.
Tanto poi andava sempre a finire allo stesso modo, per tutte.

Klaus voleva bene alla vecchia.
Sapeva tutti i segreti della gente di città, ma per fortuna di quelli non parlava mai.
Adorava invece insegnargli i trucchi della cucina contadina, le migliori erbe commestibili e i posti dove andare a cercarle.

Si sentì triste quando morì.
Venne trovata morta in un burrone.
Si disse che era andata a raccogliere certe erbe, e che sporgendosi troppo, era caduta nel vuoto.

Klaus non ne fu sorpreso. Sapeva che prima o poi avrebbe fatto la stessa fine. E sapeva anche che la vecchia non usciva mai di casa.
Però gli piaceva pensare, quand'era triste, che non era stata ammazzata.
Che in realtà era soltanto uscita a cercare erbe saporite, per lo spezzatino di carne che gli piaceva tanto.

Klaus ereditò la casa della megera, ma continuò a fare il suo lavoro.
Gli uomini eleganti venivano sempre, ma ormai avevano un sorriso chiaro e amichevole.
Sapevano che era troppo stupido per custodire segreti.
Ma era comunque il miglior assassino sulla piazza, e continuarono a richiedere i suoi servigi.
Era sempre ligio al dovere. Non faceva commenti.
Anche quando gli venne detto che la donna all'inizio del bosco, tra i ritagli del tempo, era diventata un problema.
Anche quando gli venne spiegato che quella donna, quella lurida troia, voleva ricattare uno dei suoi migliori clienti, un facoltoso imprenditore che stava per lanciarsi in politica.

Si fece dare soltanto le indicazioni per raggiungere la baracca.
Anche se le conosceva benissimo.
Anche se lì era nato.

Quando tutto fu finito, dopo aver appiccato il fuoco alla baracca, si incamminò nel bosco e si sentì felice.
Era come ripercorrere le piccole paure dell'infanzia.
Ormai erano così ridimensionate da lasciare soltanto un brivido piacevole e nostalgico.
Era contento di aver avuto la possibilità di pensare lui stesso a sua madre.
Un altro, chissà cosa avrebbe combinato.
Era entrato facilmente, e poi l'aveva addormentata.
Grazie al fuoco, nessun'altro l'avrebbe più toccata.

In fondo  voleva bene alla sua mamma.


Klaus era mite,  adorava ascoltare, amava la cucina tradizionale, e aveva un lavoro sicuro.

Gli piaceva vivere nel bosco, nella sua casetta.
Quando la notte non riusciva a dormire, seguiva il sentiero illuminato dalla luce argentea della Luna, e si immergeva nel silenzio delle betulle.
Senza domande, senza pensieri.

Ogni tanto si voltava, cercando con lo sguardo la città.
Quel mondo di luci artificiali che conosceva soltanto attraverso gli abiti di marca dei suoi committenti, o quelli macchiati delle sue vittime.
Quel dedalo di indirizzi che conducevano ad appartamenti squallidi, o vicoli poco frequentati.


L'immagine della città era un miraggio mangiato dall'orizzonte.
Sembrava una struttura solida.
Ma ogni tanto era  tradita da rumori assordanti.
Sembrava che l'acciaio volesse gridare, per svelarne la natura instabile e traballante.

Poi tornava a  contemplare le ombre del bosco che si sovrapponevano in modi bizzarri.
Sembrava che ci fosse sempre qualcosa, in attesa, nascosto nel silenzio assassino.
Questa percezione avrebbe dovuto spaventarlo.
Invece lo rassicurava.

Quando l'esito ti appare scontato, non devi preoccuparti di ricamare per bene i frammenti della tua storia.
Ti sistemi nel tuo mucchietto di terra, ci caghi sopra per marcare il territorio.
Poi torni a cagarci dentro, una o due volte al giorno, se ti va bene.
Non hai bisogno di affaticarti, di cercare domande, di indagare dietro il senso delle cose.

Semplicemente, rimani lì.
Come gli alberi.
In attesa della pisciata di qualche viandante.
O del colpo d'ascia capace di abbatterti una volta per tutte.

Il miraggio della città tremava come la luce di una candela.
Bastava un soffio per spegnerlo e rimanere prigionieri nel buio.

Lui lo sapeva bene.
Sapeva quanto fosse illusorio il potere degli uomini eleganti.
Aveva cambiato tanti padroni.
I metodi erano sempre gli stessi, e poi toccava a lui pulire.
Nel frattempo però troppe mani mungevano dalla stessa mucca.
E presto si sarebbero resi conto che non c'era più un cazzo da spremere.

Ma per allora, sperava, sarebbero stati troppo occupati ad ammazzarsi, farsi a pezzi, e  mangiarsi a vicenda, per chiamare lui.
E a quel punto sarebbe finalmente andato in pensione.

Tutto prima o poi sarebbe stato divorato dalle ombre.
Ma Klaus cosa poteva farci?
Lui faceva soltanto il suo lavoro.

Si guardò le unghie incrostate di sangue.
A casa lo aspettava un piatto di minestra calda.





domenica, 15 novembre 2009
 

Barriere

Ultimamente il mondo in cui mi ritrovo a vivere è piccolo, stretto e allucinato.
Fare una passeggiata significa rimanere senza fiato, non di fronte a chissà quale spettacolo, ma per colpa di uno strano fenomeno di rarefazione dell'aria.
Non so se sia una cosa normale, magari data dal tempo o dal freddo, ma non la percepisco come tale. Sentirsi soffocare mentre si cammina rende parecchio difficile immaginare di poter volare e sparare arcobaleni dalle dita, anche se questo non implica che non ci si provi lo stesso.
Anzi, forse dopo un po' la mancanza d'aria rende più facile cercarla altrove.
Ma già verso le sei di sera, da quando hanno chiuso la piazza per lavori, temporanei (secondo una scala di definizione tipicamente meridionale) c'è un'oscurità quasi innaturale, non attenuata dalle luci artificiali, la cui debolezza opaca sembra quasi dare l'effetto di un acquario riempito di melma.
Forse è una metafora un po' sprezzante, ma allora perché tutti quelli che incontro hanno gli occhi sbarrati?

Una mattina mi è capitato di vedere un vecchio conoscente che non vedevo da anni, mi è venuto istintivo alzare la mano per salutarlo.
C'era un sole bellissimo. Quando il suo viso è emerso dalle ombre del negozio in cui si era attardato, sorrideva pure lui, ma era un sorriso strano.
E poi i capelli erano diventati tutti bianchi. Sembrava che durante la mia assenza gli fosse venuta una malattia, di cui non ero a conoscenza.
Hanno davvero gli occhi sbarrati? O forse è colpa  del mercato del pesce?

Immagini sovrapposte.
Cancelli. Marciapiedi in frantumi. Impalcature. Gente che cammina. Occhi come pesci.
L'aria come il bancone del mercato.
Espone cadaveri tra foglie di insalata e decorazioni, per simulare un habitat naturale.

Quando i cantieri sbarrati, le ruspe e i camion producono quel rumore martellante viene quasi naturale immaginare metodi strampalati e fantasiosi per scavalcare le barriere architettoniche.
Le arti di persuasione retorica tentano di farmi mangiare merda, ma io non perdo più
tempo a spiegare perché non mi piace.
Preferisco alzarmi e fare una passeggiata.

L'analogia tra immagini crea pensieri nuovi, forse folli.
Ma è una follia che purifica.
Non è come costruire l'estensione delle proprie paure, sotto forma di impalcature che nascondono il paesaggio.
Non è come zittire con la  ripetitiva violenza di un automa il silenzio argentato della natura.
Non è come rinchiudere dentro forme claustrofobiche, tentacolari, coperte di spine,  le proprie esigenze autobiografiche.
Riportare alla luce i sogni notturni, annotarne le immagini, significa specchiarsi nell'immagine chiara di ciò che penso veramente.
Le mie paure, le mie meschinità, le mie speranze, anche le più stupide.
Molto meglio di quanto potrò mai riassumerle in uno scritto cosciente.

Torno a fidarmi dell'istinto, quando la ragione mi distanzia troppo da ciò che vorrei.
La fantasia e i sogni diventano un rigurgito necessario, quasi fisico, che sopperisce alla limitazione di libertà.
 

Libertà, scusate l'espressione




Quando leggerete sui giornali le polemiche da destra e sinistra piovute sul fumetto di Alessio Spataro
non fatevi ingannare: molta di questa gente non ha nemmeno letto il fumetto su cui si accanisce.
Voi invece potete farlo.

Al termine della lettura forse anche voi comincerete a chiedervi se questa è satira, quali siano i limiti della libertà di espressione, e altri quesiti a vicolo cieco.
Magari comincerete a lamentarvi contro la degenerazione dei costumi, o vi preoccuperete per la crescente volgarità del confronto politico.
Vi verrà voglia di esprimere (come il Manifesto) solidarietà al ministro Meloni, orribilmente minacciata nella sua reputazione da... un disegno?

A quel punto forse dovreste guardare queste immagini:





A me francamente sembra assurdo che ci sia ancora bisogno di porsi dei dubbi, e discutere sul fatto che quel che fa Spataro sia o non sia satira.
Un politico disposto a mettere il suo sorriso sui manifesti, o a mostrare perfino le foto dei figli per ottenere voti, dovrebbe essere preparato a non piacere a tutti.
A vedere rigurgitate dalla libertà di pensiero le stesse strategie di immagine che usa per farsi eleggere.
Inoltre il  linguaggio usato non può rimanere fermo a modelli rassicuranti.
L'imitazione da cabaret del politico di turno, i disegnini alla Forattini, non possono più pretendere di rappresentare il livello del dibattito politico moderno.
Spataro ha uno stile pesante, volgare come una barzelletta sporca.
E' proprio questo che lo rende divertente.

In un contesto che ripropone nostalgie totalitariste, in cui le minoranze vivono pericoli concreti, la risata liberatoria è il metodo più efficace per interpretare il malessere collettivo.

E' di scena il contraddittorio mondo della destra romana, incapace di liberarsi da un passato "sporco", come  le mosche che affliggono la caricatura di Fini.
Difendo Spataro perché l'arte del giullare è sempre stata una delle forme di garanzia dell'equilibrio tra governante e governato, e perché la sperimentazione satirica deve continuare, anche a costo di produrre esperimenti meno riusciti.
Altrimenti si riduce a un'innocuo quadretto da mostrare agli amici in salotto.
postato da FiocoTram | 15/11/2009 08:03 | commenti
boh mah forse


sabato, 14 novembre 2009
 

Dreams of the nursery: omertà

Mi trovo a passare vicino il mercato del pesce del mio paesino, la stessa zona in cui sono ubicati  il municipio e gli uffici del Comune.

Dalle mie parti comprare il pesce è un'attività prettamente riservata al maschio dominante.
Il mercato del pesce è un po' una sorta di  l'agorà della polis.
E' il luogo in cui gli uomini spesso e volentieri si intrattengono discutendo della vita politica del paesino.

Mentre cammino noto una piccola folla che si raduna vicino al marciapiede.
Mi avvicino anch'io, per guardare lo  spettacolo che ha attirato l'attenzione di tutti.
C'è infatti un funzionario del Comune, intento a perforare il marciapiede con una strana trivella a forma di tubo.
Produce un rumore e delle scosse simili  a quelle di  un martello pneumatico.
A un certo punto dall'estremità del tubo visibile in superficie vengono sputati fuori dei sassi.
Vengono fuori velocissimi, e  vanno a colpire la folla, in tutte le direzioni.
Io nel frattempo sto filmando tutto col cellulare.
Torno a casa scandalizzato da questo episodio.
Decido di diffondere il filmato online.
Stigmatizzo l'incuria per i cittadini con cui il progetto è stato eseguito, e la mancanza di protezioni  e contromisure adeguate del funzionario che lo eseguiva.
Qualche ora dopo averlo fatto, comincio a pentirmi della cosa.
Nel filmato è ben visibile il volto del funzionario.
Mi viene la paura che il Comune possa scaricare su di lui tutta la responsabilità dell'atto, lavandosene le mani e licenziandolo.
E poi tutti se la prenderebbero con me, per non essermi fatto i cazzi miei.

Per cui, cancello il filmato dal mio profilo facebook e torno a girovagare e postare nei profili dei miei amici.
postato da FiocoTram | 14/11/2009 04:54 | commenti
sogni


giovedì, 12 novembre 2009
 

Occhi



L'uomo guardava attraverso lo squarcio della porta.

O forse non era l'uomo. Erano soltanto i suoi occhi.

La spaccatura nel legno sembrava una piccola bocca malformata, coi denti storti.
Un dolore contrito, vegetale e silenzioso.

I materiali organici assorbono le emozioni secrete, dal cuore alla pelle.

Anche quando gli occhi non prestano la dovuta attenzione, il  corpo si protende a tradire la mente, cercando l'abbraccio della materia.

L'uomo, o i suoi occhi,  si estendevano febbricitanti, attraverso quella feritoia, per sbirciare la porzione di stanza visibile, nella ricerca di chissà quali segreti.

Ma vide soltanto, a sbarrargli l'orizzonte, una finestra opaca.

Un piccolo letto singolo, appoggiato alla parete sulla destra, un armadio e una scrivania sulla sinistra.

Sopra la scrivania c'era un libro, aperto in un ottuso stupore.

Una domanda tardiva giunse a rompere il silenzio: chi aveva praticato quel foro sulla porta?
All'interno della stanza vuota, c'erano solo oggetti inanimati.

Il libro poteva essere scagliato contro la porta, ma sebbene la copertina sembrasse ben robusta e pesante, non avrebbe provocato che una microscopica scalfitura.

Il tappeto peloso, brutto e antipatico, era troppo floscio per infliggere la forza necessaria, e quindi era inutile includerlo tra i sospetti.

Forse qualcuno era stato nella stanza, aveva letto il libro.

Forse era ancora lì.

Forse  dentro quell'armadio era nascosto  qualcuno capace di rendersi impalpabile e silenzioso, per poi irrompere fuori al momento giusto.

Un essere mostruoso,  dotato della stessa furia cieca sufficiente a squarciare una porta con un pugno.

Il caso era quindi risolto: il classico mostro nell'armadio, troppo spaventoso per lasciare che fosse liberato.

Bastava tenerlo dentro, dimenticarsi del buco, della porta, della stanza, e continuare con le altre faccende.

Sì, ma quali? Un lavoro, una storia d'amore, una ricetta di cucina da eseguire alla perfezione?

Briciole di biscotti condite con salsa Vinavil, e una spruzzata di segatura e scaglie di sapone.

Gli ingredienti mancanti non sono un limite all'intelligenza e alla voglia di fare, o così dicono.

Il vero problema era che l'uomo non aveva alcun ricordo di sé e del suo passato fino a quel preciso momento.

Non sapeva se, girandosi, avrebbe trovato davanti a sé l'immagine rassicurante della sua casa, o piuttosto un luogo estraneo, un corridoio buio, pieno di oggetti sconosciuti, e significati perduti, custoiti gelosamente da qualcun'altro.

Se davvero non si trovava in casa propria, avrebbe dovuto giustificare la sua presenza.
Il ritorno dei veri inquilini era solo questione di tempo.

Un tempo dilatato e angoscioso, come la tortura.

Poteva ingannarlo vagando per la casa, esaminando gli oggetti, cercando di farsi un'idea sulle fattezze dei loro proprietari.

Magari era finito nella casa di uno di quegli squilibrati, che sembrano tranquilli fuori, e che poi, una volta al sicuro tra le mura dimestiche, sfogano la propria pazzia prendendo a calci e pugni le porte.

Cosa sarebbe successo, se una persona simile, traboccante di rabbia repressa, avesse trovato rientrando a casa un estraneo?

Cosa sarebbe successo se, per vendicarsi dell'intrusione, avesse voluto  spaccargli la testa, per provare le sue nocche,  indurite dal contatto col duro legno, su una testa fragile e ripiena di sangue?

No, non se la sentiva di girarsi. Meglio vivere nella tranquillità dell'incertezza.

L'unica cosa che lo legava a quel posto, l'unica memoria capace di avvolgerlo al sicuro,  in quel preciso momento, erano gli occhi affacciati sullo squarcio, e la visione della stanza che il suddetto poteva offrire.

Un pensiero ovvio si fece avanti, reclamando l'attenzione negata fin dall'inizio.

E se fosse stato proprio lui a prendere a pugni la porta?
Non ricordava nulla.


E poi perché avrebbe dovuto farlo?

Forse perché  una visuale come quella era, tutto sommato,  abbastanza privilegiata.

Protetto dietro quella barriera di legno, riusciva a vedere soltanto gli elementi essenziali della stanza, quelli che potevano aiutarlo a  ricostruirsi una sua idea di realtà, senza dover fare i conti con un vero ambiente da esplorare e con cui interagire.

Una scrivania sopra la quale lavorare, un armadio con vestiti da riempire.

Un letto in cui dormire, sognare, abbastanza piccolo per sentirsi solo, o per condividere momenti caldi e stretti, desiderandone uno più grande.

 Magari, di lì a poco avrebbe dovuto ripensare alle sue pretese, progettare ambienti più grandi da vivere e condividere.

E poi c'era quel dannato libro da leggere, un altro mondo in cui entrare, un viaggio da intraprendere sul veicolo della propria immaginazione.

Troppi pericoli. Troppi cambiamenti.

Troppe sensazioni dolorose da catalogare e analizzare, preludio a scelte e passaggi inevitabili.

All'improvviso la porta si aprì.

Aveva premuto troppo il corpo contro di essa, ed era chiusa male.

 Il suo volto si allungò verso la stanza, e i piedi lo seguirono. Iniziò a camminare. Non era più soltanto uno sguardo.


Andò a guardare le pagine del libro.
La pagina era aperta su quella frase...


"Vai via".


-----

La chiave girò dentro la toppa tre volte, e poi finalmente la signorina R. rientrò in casa.
Sbuffò di fatica, posando le borse della spesa in un angolo. Poi rivide, in fondo al corridoio, quella porta squarciata.

Il resto della casa, come al solito, era pulito e ordinato.

Ma quel Buco Nero in fondo al corridoio aveva la capacità di divorare la luce.
Cos'era successo alla porta? Chi l'aveva sfregiata?

Una lite furibonda? Un tentativo di rapina finito male? Una prigionia forzata? O forse era davvero il frutto di uno sfogo di rabbia?

Ripercorrendo con le dita quelle fratture, le tracce emotive inflitte al legno risalivano attraverso la pelle, componendo immagini confuse.

Urla.
Dolore.
Calci rabbiosi.
E quello squarcio, nel cuore di legno.

L'unica cosa certa, a giudicare dall'espressione sul viso della signora R., era la volontà di ricacciare dentro lo stomaco quel ricordo.

Chiunque venisse a trovarla, non riceveva alcuna spiegazione.

Qualunque sensitivo, o artista, che avesse voluto scandagliare la sua testa, alla ricerca di una spiegazione, avrebbe trovato soltanto una profonda tristezza nel suo sguardo.


La signora R.  aveva ricacciato certi ricordi così in profondità, che provare a rinvenirli significava scivolare in fondo a un pozzo nero, verso morte certa, senza possibilità di recupero.

I racconti e le leggende nascono per  colmare i buchi dell'esperienza.

Perfino i racconti dell'orrore, nella descrizione del male, dal più fetido tagliagole psicopatico, al mostro extradimensionale, collage di fobie assortite, ci forniscono una mappa sulla quale muoverci, un insieme di simboli e segnali che ci prepara al trauma di qualsiasi possibile scoperta negativa.


Ma quando il significato è sepolto, perduto,  tra le spire del passato?

Esistono migliaia di enigmi sparsi per il mondo.

Monumenti giganteschi di antiche civiltà.
Statue dall'espressione indecifrabile.
Disegni senza logica, eredità di lingue ormai dimenticate.

Non esiste una chiave per decodificarli.
Ci illudiamo di superare la distanza del tempo tramite la ragione, ma nessun indizio davvero utile è sopravvissuto.

Non esiste nessun legame tra i nostri pensieri e quelle antiche coscienze, decomposte e assimilate dalla terra.

Le antiche memorie sono divenute i mattoni di cui è composto il nostro corpo.

Ma un frammento di casa non ricorderà mai il luogo da cui provengono i sassolini impiegati per la sua costruzione.

Anche la Signorina R. era cambiata.

Anni e anni di psicoterapia le avevano offerto un'unica strada: seppellire la sua vecchia coscienza e diventare una persona nuova.

La vecchia personalità forse conosceva la verità, ma era stata sepolta troppo in fondo ormai.

E il buco nella porta era diventato un altro simbolo.

Un altro catalizzatore di attenzione,  senza  altro scopo.

La convivenza tra queste due realtà, la rottura negli schemi conosciuti,   evocava sentimenti indefinibili, inquieti,  per chiunque si trovasse a passare da lì.

Come un monumento ancestrale, ingombrante e senza senso.

Possiamo decidere di girare le spalle e ignorarlo, per poter tornare a costruire i mattoni del presente.

Oppure possiamo rimanere lì a fissarlo, come idioti, col  cervello arrotolato su sé stesso, in ipotesi senza costrutto, e la paura che attende spiegazioni, rosicchiando il cuore.


Impegnati a fissare quell'unico punto, rimaniamo col fianco scoperto, vulnerabili a qualsiasi attacco esterno.

A volte la Signorina R. guardava i suoi ospiti, imbambolati di fronte a quel buco.

Sarebbe stato facile accoltellarli, in quei momenti.

Erano come sospesi tra due diversi mondi, come lo spettatore sollevato a mezz'aria da un'abile prestigiatore.

E' per questo motivo che riceveva sempre meno visite. Chiunque provava quella strana sensazione non aveva più voglia di sentirsi di nuovo così.

E' meglio ignorare le tracce dell'assurdo, per poter continuare a vivere, costruendo i propri significati, le strutture nelle quali rinchiudersi, al sicuro?

Oppure è doveroso, per amore della ricerca, perdersi nelle spire di un passato che nel mondo di oggi, qualora fosse davvero rinvenuto, non potrebbe comunque trovare collocazione?

Il simbolo decifrato, la statua riportata alla luce, restano lì, come prima.

Senza che nessuno riesca a trovare un ruolo, un contesto in cui rigenerarle.

Quando pensi a questa eventualità, sei  di nuovo sulla mano del Buddha, anche se ti sembra di aver corso per milioni di chilometri.


Il serpente si morde la coda e svanisce, come il tempo.

Non puoi vederlo, ma si ripete uguale.

Se invece riesci a percepire lo schema, gli ingranaggi, allora sei tu quello fuori posto.

Sei tu il fantasma, incapace di toccare il mondo che si muove.

Rimane tra le tue mani soltanto un mucchietto di sabbia.

O forse sei tu quello che si sta disgregando.

Apri il palmo, lasci scivolare via i granelli, ed ecco il tuo finale.


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Chissà, magari un giorno la signorina R. avrebbe potuto decidersi a far riparare quel buco.

E poi magari avrebbe potuto invitare qualcuno a cena, ricominciare a vivere.

O perlomeno provarci.


Ma nella realtà dei fatti non ci provava mai.

A volte si sviluppano rapporti strani e morbosi con le proprie ferite.


Forse sperava che attraverso lo squarcio il ricordo residuo e doloroso rimasto nella stanza avrebbe avuto il tempo di filtrare, evaporare via.

Quando era costretta ad assentarsi lo immaginava prendere forma, come una sorta di fantasma indeciso.

Un ometto trasparente, con le gambe sottili e un po' tremolanti, abbastanza solide da condurlo lontano da quella casa, eppure al tempo stesso timoroso di andarsene.


Ma prima o poi  sarebbe cresciuto.

Avrebbe trovato il coraggio di andarsene e lasciarla in pace, ne era certa.

E intanto, aspettava.

L'aveva anche scritto sul suo diario. E poi lasciava sempre aperto su quella pagina, su quell'unica frase, quasi come a sperare che venisse letta davvero da qualcuno.

"Vai via".