FiocoTram

   

Il meraviglioso blog dei refusi©

 

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lunedì, 31 agosto 2009
 

L'inarrestabile sorriso della morte

I  turchi avevano conquistato l'intera costa. Il sindaco del villaggio comunicò ai cittadini che non c'è più niente da fare. Potevamo soltanto sperare nell'arrivo dei liberatori.



D'altra parte i governanti di questo lembo di terra si erano sempre mostrati corrotti e marci tanto quanto gli infedeli mori.  Si mormorava che  i turchi, appena sbarcati, fossero stati convocati dalla giunta comunale, e che gli fosse stato offerto il dominio assoluto delle nostre terre, in cambio della vita del sindaco e dei suoi compari. Nessuno aveva sentito il bisogno di  protestare.  Eravamo abituati all'incessante susseguirsi di padroni diversi, attraverso i secoli.  D'altronde le esigenze della politica creano strani compagni di letto, disse un bel giorno la mia compagna, dopo che l'ebbi sorpresa, in quella che era stata la nostra alcova, a concedere le sue disgrazie a un corsaro barbaresco.


Cercai di fare l'indifferente, e puntai il mio sguardo addolorato sul cipollotto dell'orologio da tasca, ricordo del mio caro babbo, fingendo di guardare l'ora, mettendomi a farneticare di un appuntamento che avevo scordato. I due mi osservavano a loro volta, questo è sicuro,  ma non posso riportare quali fossero i loro sentimenti, perché il disgusto mi fece girare le spalle e mi condusse direttamente alla porta, senza incrociare i loro sguardi. Mi diressi dunque alla locanda, ordinai un bicchiere di rhum, e mi misi a riflettere mesto sul mio futuro. Non ero messo bene col denaro. Dopo aver venduto prima i libri, poi i quaderni, le penne, le gomme, sia quelle da masticare che quelle masticate, mi era rimasto davvero poco. Nel pomeriggio avrei dovuto presenziare a un appuntamento con un mio vecchio amico.
Sovrappensiero, vendetti pure quello, all'ubriacone del tavolo accanto al mio, in cambio di un altro giro di rhum.

"Ottimo acquisto" gli dissi sorseggiando piano la pozione per anestetizzare i miei guai. "E' un sacco di tempo che non conosco gente nuova" rispose "Ma questo tuo amico, come si chiama?".
"Raimundo. Un vecchio amico d'infanzia. Ci siamo risentiti dopo anni, per caso, in giro. Pensa, adesso fa l'esattore delle tasse comunali".
"Tasse?".
"Eh. Mi ha proposto di vederci, per parlare dei vecchi tempi... e poi ha accennato a una sua pratica di lavoro che mi riguardava... una questione di imposte sulla spazzatura non pagate...non ho capito bene, perché eravamo al mercato e c'era confusione. Tu comunque mandagli i miei saluti!".


Mi alzai dal bancone, uscii salutando rumorosamente con lo stomaco, e andai in direzione del porto. Non c'era nessuno. I gabbiani mi salutavano coi loro versi incomprensibili.
Guardai di nuovo il cipollotto dell'orologio: la cassa era in oro puro. Scintillava di niente, colpito dalla luce martellante del sole. Si era fermato, forse rotto. Puntai deciso verso il banco dei pegni.
Ne uscii poco dopo, con pochi spiccioli. Guardai la  piccola nave turca ancora ormeggiata, i mori sudati, impegnati nelle operazioni per la partenza.
Un uomo vestito meglio degli altri li guardava impaziente, poco distante da me, e digrignava i denti marci, bestemmiando.


" Dragut! Dragut! Dove diavolo si è cacciato quel figlio di un'asina impestata di malattie veneree?".
"Domando scusa" gli chiesi "lei è forse il capitano di questa nave?".
"Figliolo, davanti a te hai Haradin, capitano della "Inarrestabile"!".
"Si chiama così? La stavo ammirando, infatti... bella nave!".
"Bella? Soltanto bella? Questa è la migliore nave mercantile del Mediterraneo!"
"Guadagnate bene?".
"Corpo di mia nonna ubriaca... soltanto bene? Adesso che i pirati hanno conquistato questo tratto di terra, è un via vai continuo di spezie dalla Turchia. Senza offesa, ma la vostra cucina...".
"Insipida, eh?".
"Soltanto insipida? Mi venisse l'itterizia fosforescente, se le vostre zuppe sanno di qualcosa!".
"Beh... tutto questo mi fa molto piacere, perché vede... io starei cercando lavoro".
"Ah!"
Mi squadrò come si osserva un cactus che ha appena deciso di parlare.
"Figliolo, sei mai stato in mare?".
"Ho fatto il militare a Taranto".
"Per quanto tempo?".
"Mi hanno riformato, dopo tre giorni!".
"Soltanto tre giorni?".
"Eh".
"Siamo al completo. La nave è piccola. Anche se a dire la verità mi manca un marinaio... quel figlio di sultana arrostita di Dragut. Dice che doveva andare a castigare una femmina. E' andato via parecchie ore fa, dall'altro lato del villaggio, nei pressi della locanda... ma non è ancora tornato!".
"Ah... beh vede, credo che non verrà tanto presto. E' a letto con mia moglie".




Il capitano si fece una risata, e mi congedò dandomi una spintarella, e pronunciando alcune bestemmie turche. Mi allontanai mentre le risate del resto dell'equipaggio (meno Dragut) facevano da sottofondo.
Poi tornai alla locanda, non c'era nessuno, neppure l'ubriaco. Forse aveva deciso che l'appuntamento con Raimundo non era disprezzabile. Dopotutto è sempre stato un compagnone. Chi dice che gli esattori sono antipatici? Tutti luoghi comuni. Bisogna superare certi stereotipi.
Ordinai di nuovo da bere coi soldi del banco dei pegni, e guardai il petto della locandiera, ogni volta che si piegava per prendere qualcosa, stando attento affinché non se ne accorgesse.
O almeno mi illudevo che fosse così. Ogni tanto gli occhi  mi cadevano sul riflesso del mio volto  che rimbalzava sulla superficie dei bicchieri puliti. L'alcool sembrava suggerirmi la percezione dei minuti e dei secondi che oscillavano leggeri, affascinati da una brezza invisibile, come foglie al vento.



All'improvviso, i turchi.

Entrarono sbattendo la porta, chiedendo da bere. Uno si avvicinò subito alla locandiera, le mise dei soldi nella scollatura. La guardò con quei suoi denti gialli, dicendo di tenersi il resto e portare da bere a volontà.
Lanciai in aria una moneta. La afferrai, rovesciandola sul posto.
Testa.
Sorrisi, e mi voltai verso il gruppetto di turchi.  Quello che aveva parlato con la locandiera era basso, tarchiato, ma sembrava abbastanza muscoloso. Gli altri erano alti tre volte quanto me.  Portavano dei bastoni di legno, dipinti di nero lucido.
"Ehi" urlai "Quando le vostre madri vi hanno messi al mondo, in quel bordello in cui siete nati, probabilmente hanno fatto meno casino. Smettetela di cianciare, ne ho fin sopra le palle dei vostri grugniti!".
I turchi non dissero una parola.
Si avvicinarono soltanto, lenti come un carro funebre.
Le mani scendevano verso i bastoni, come a controllare che tutto fosse al posto giusto. Come i preparativi per una festa.


Ero incerto su cosa dire, o fare.
Per cui sorrisi soltanto.

 

Dreams of the Nursery Superman

Sto cadendo nel vuoto, ma davanti a me c'è Superman.

Provo quindi  l'improvviso desiderio di volare come fa lui. Inizio a realizzare che l'aria in fondo  non è altro che una sorta di mare non-solido. Per cui, muovendo le braccia in stile libero, riesco a fluttuare sospeso, senza cadere. Ma Superman è ancora lontano: muovendomi in quel modo riesco ad avanzare lentamente, spostandomi in avanti solo di qualche metro. E così decido di provare a fare delle ampie bracciate, stile farfalla. Ciò mi fornisce la spinta necessaria per volare ad una velocità decente.

Tornato dagli amici, inizio a vantarmi di questa mia capacità. Mi sento felice di aver appreso un'arte difficilissima come quella del volo, che solo pochi privilegiati conoscono. Quando però mi viene in mente di fare un altro volo di prova, per mostrarlo agli amici, un pensiero mi blocca improvvisamente.  Come diavolo fa Superman a lanciarsi in volo verso il cielo, partendo da terra? Nei fumetti, nei cartoni e nei film, di solito gli basta prendere la rincorsa,  saltare, e subito il suo corpo schizza come un missile verso le nuvole. A me invece non riesce. Ogni volta che provo a saltare mi sollevo soltanto di poco, e le braccia non bastano a mantenermi in aria.

Per cui penso: "E adesso come faccio? Mica posso buttarmi dalla finestra ogni volta che mi va di volare!".
postato da FiocoTram | 31/08/2009 22:37 | commenti
sogni
 

Dreams of the Nursery scrolling

Sto guardando sullo schermo di un computer immagini che cambiano.

Sotto di esse ci stanno commenti di vario genere. Mentre guardo tutto questo, si forma  un'immagine che mi  invita a tornare alla vecchia casa dei  nonni. Io accetto di buon grado, perché non rivedo più quella casa da quando avevo quattro anni. Poi si forma un'altra immagine, con un altro invito. Una mia zia molto giovane e simpatica mi chiede di passare a trovarla. La cosa mi fa piacere, ma invento lo stesso una scusa che mi permetta di non accettare l'invito in tempi troppo brevi, riservandomi la possibilità di farlo in seguito. Continuano a scorrere le immagini con i commenti sotto.  Comincia una sequenza di fotogrammi che mostrano un volto, il quale progressivamente si intristisce, fino all'ultima foto in cui dalle guance sgorga una lacrima. Il commento sotto descrive l'insieme come parecchio efficace dal punto di vista narrativo. C'è poi un'altra sequenza, in cui una specie di gangster immagina di farsi fare la barba da una delle sue donnine, e pensa:

 "La barba è troppo lunga e ispida, devo farmi bello. Mi piace sentirmi bello, perché mi da potere".

postato da FiocoTram | 31/08/2009 22:33 | commenti
sogni
 

Dreams of the Nursery Escape from Dreamland Drive

Mia sorella sta provando a guidare la macchina.

Io le do fiducia, e lei va verso la periferia, sostenendo che si ricorda bene le strade. Ma così non è. Ci perdiamo, e finiamo in campagna. Percorrendo una stradina sterrata, arriviamo davanti a un locale, in cui si sta celebrando una festa. Decido di entrare, e siccome nessuno mi nota inizio a sgraffignare cibi dal banchetto allestito per gli ospiti, provando però estrema vergogna. Per cui, prima di mangiarli, li nascondo. Mia sorella invece decide di proseguire in macchina, alla ricerca di aiuto nelle vicinanze. Ancora una volta la lascio fare.

Dopo un'attesa piuttosto lunga, non si decide a tornare, per cui vado via dal locale e mi avventuro in giro per strade di campagna sconosciute. Inizio a seguire un sentiero, mi convinco che sia quello giusto, ma poco dopo mi accorgo che finisce dritto per sbucare in piena autostrada, senza marciapiedi o strade pedonali, con le macchine che sfrecciano a tutta velocità.  Alcuni conoscenti in macchina però mi passano davanti, mi riconoscono, e si premurano di riportarmi a casa. Io racconto tutto, e sono parecchio in ansia per la sorte di mia sorella, ma i miei  non sembrano  preoccuparsi più di tanto.
Non mi resta che aspettare, come loro, ma più agitato.


Siccome la mia immaginazione non riesce a suggerirmi un modo tranquillo per far evolvere il suddetto stato di snervante attesa, comincio ad aver paura di rimanere bloccato in un sogno che non scorre, in preda ad ansia perenne. 
Decido di scappare, di protendermi verso la realtà, perché so che dall'altra parte, sul piano opposto della coscienza, mia sorella sta benissimo e sta dormendo tranquilla, nell'altra stanza.
Riapro gli occhi.
postato da FiocoTram | 31/08/2009 22:26 | commenti
sogni


martedì, 11 agosto 2009
 

postato da FiocoTram | 11/08/2009 04:00 |


giovedì, 06 agosto 2009
 

Sardegna

"La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi".
(Fabrizio de André)

Odiavo svegliarmi in un bagno di sudore. Perciò al mattino mi alzavo sempre presto, quando faceva più fresco. Poi passavo al Bar. I turisti si affollavano al bancone, si sparpagliavano sui tavolini, chiedendo nomi di pietanze e bevande sconosciute. Avevano capelli colorati, e tatuaggi allegri, che mi salutavano facendo capolino da camicie, canotte e sottovesti. Disegni che si staccavano dalle pelli cotte dal sole, e venivano un po' a parlare con me.Tenevo sempre gli occhi bassi, per cui apprezzavo molto la sintesi dei simboli, mi rimanevano impressi meglio nello sguardo e nella memoria. In quel periodo si discuteva molto sulla Sardegna. Che posto era, e perché tutti ne parlavano così bene?  Si diceva che ci fossero tante feste, che duravano  giorni interi.
" In Sardegna, pensa, ho visto...ho fatto..." cominciavano a raccontarmi.
 Poi seguivano nomi sconosciuti.
Io guardavo i loro corpi. I segni dell'abbronzatura, la pellicina che si toglieva. Avrei voluto staccargliela, e assaggiarla, per controllare se davvero ci fosse sapore di sale. Scartavo i sorrisi, che mi sono sempre sembrati una provocazione. Non  riuscivo a smettere di pensare all'ordine che aveva assemblato quelle pietruzze perlacee, alla felicità che le manteneva integre. I sorrisi erano barriere che mi impedivano di vedere, di capire la forma della Sardegna, i suoi segreti di seta, colorati di luce nera, trasparente, seducente.

Si dice che in Sardegna le fate uscivano per urlare le loro preghiere al signore della magia, Lucifero, soltanto a notte fonda.  Avevano paura che la loro pelle, soffice e candida, si sciupasse a contatto col sole.
Forse è per questo motivo che i diavoli hanno la pelle così rovinata.
Stanno tutto il giorno a contatto con le fiamme infernali, e  in aggiunta  vanno pure a cercare uomini da tentare, sotto il sole cocente...
Non riuscivo a immaginarmi una creatura della notte con la pelle candida. Ho sempre pensato che  fossero tutte brutte, emaciate, dai colori disgustosi. Non potevo smettere di pensare al colore delle fate.

Una notte, sognai la Sardegna. Vagavo tra le rocce,  di sera, cercando buchi nei quali potessero nascondersi folletti o fate, anche piccoli. Il risultato fu che il terreno sul quale poggiavo i piedi cedette, e sprofondai in un cunicolo. Il panico durò solo pochi istanti, perché trovai un amico, finito anche lui sottoterra come me, chissà come. Mi disse di seguirlo. "In queste zone, per motivi strategici, venivano scavati cunicoli e nascondigli durante la guerra, che collegavano zone diverse delle città o dei paesi...veri e propri sentieri sotterranei!". "E adesso che è finita la guerra, a cosa servono?" domandai. "Non lo so, ma vediamo intanto dove porta questo!" rispose senza girarsi, camminando avanti. C'erano delle scale scolpite nella pietra, e scendemmo sempre più in giù. Più proseguivamo, più le scale perdevano la loro forma regolare e squadrata, e si facevano spigolose e dure come la roccia. Finché mi sembrava di essere masticato dallo stomaco della terra. Fin dove voleva scendere questo mio amico... dentro l'Inferno? Mi mancava l'aria.  "Per favore, tra un po' è l'alba, proviamo a tornare indietro, qui c'è solo terra". Anche se un po' riluttante, il mio amico acconsentì alla richiesta. Tornando sui nostri passi, riuscimmo a ritrovare il punto da cui ero sprofondato, e da lì, arrampicandoci verso la Luna, risalimmo in superficie.


Ma ci attendeva un'altra sorpresa. Una canzone senza parole, fresca come brezza marina, soffiò sulle nostre tempie.Seduta sulla roccia c'era una fanciulla dai capelli di un nero sconosciuto e bellissimo. Potrei chiamarlo nero argento, se solo esistesse. Aveva la pelle più bianca che avessi mai visto. Biancaneve. Labbra rosse e invitanti. In bocca avevo un sapore dolce come il veleno, come quando ti sanguina la lingua e inghiotti il tuo stesso sangue, trascinato dal torpore. Si rivolse a me, e disse "Sono venuta a riprendermi il tuo amico. Non può stare con te, appartiene all'Inferno. Quando sei caduto, ne ha approfittato per seguirti, ma non gli è consentito". Il mio amico mi guardò con un'espressione vergognosa e comica, come a dire "Scusa, ci ho provato".
In ogni caso, non lo biasimavo affatto, e comunque non gli diedi molta retta. Guardavo quel delizioso e osceno biancore. Mentre intorno a me tutto era ombra, perfino la Luna, lei era come una luce, che cancellava la distanza tra pensiero e azione, unendole come un abbraccio, folle e bellissimo. Mentre rimanevo incantato, come le rocce, la Fata e il mio amico svanirono da questo mondo.
Rimasi indeciso se continuare o meno il sogno. Avrei potuto immaginare quella Fata a condividere con me quell'ultima porzione di notte.
Avrei potuto immaginare di essere vicino a quell'incarnato così soave e candido, tanto da poterlo toccare, e forse mordere.
Chissà se mordendo la pelle di una Fata, riesci a entrare nel suo stesso mondo? Forse funziona come coi vampiri. Forse deve essere lei a mordermi.

Nell'incertezza, mi svegliai.
Come al solito, troppo presto.
Tornai, come di consueto, al bar, per catturare odori, frammenti, immagini e racconti, di questa terra chiamata Sardegna.
Qualcuno l'ha nascosta nel mio cuore, spingendola in fondo, nel buio, senza neppure darmi occasione di poterla ammirare.
E adesso sono qui, impotente come solo gli uomini sanno essere, di fronte alla vita.
A custodire un parto che non potrà mai verificarsi.