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giovedì, 23 luglio 2009
Sto passeggiando con un mio amico. Una volante della polizia ci ferma per accertamenti, e poi gli agenti all'interno ci ordinano di salire in macchina senza troppi complimenti. Durante il viaggio ci accorgiamo con paura questi poliziotti hanno qualche rotella fuori posto. Dai loro discorsi intuiamo che sono soltanto delinquenti travestiti, in attesa di compiere chissà quale impresa losca. Più trascorre il tempo però, e più iniziamo ad accorgerci che, pur trattandoci in modo arrogante, in maniera simile ai "nonni" del militare, ci considerano comunque parte della squadra.
La volante, guidando a folle velocità, arriva nei pressi di una zona che sembra simile alla stazione marittima di Villa San Giovanni, immersa nel buio. Io e il mio amico, impauriti, proviamo a convincere gli altri a non proseguire. Ma loro, sempre più spavaldi, vanno avanti. Dopo pochi metri ci imbattiamo in un posto di blocco. Altri poliziotti, che stavolta sembrano veri, ci fanno fermare e ci chiedono i documenti. Appena i nostri "compari" mostrano le loro carte d'identità, i poliziotti gli urlano di scendere dalla macchina, e li arrestano. A quel punto io e il mio amico mostriamo i nostri documenti, un po' storditi dalla situazione, certo, ma senza temere troppe conseguenze. In fondo i malfattori non siamo mica noi, ci hanno solo coinvolti! Invece i poliziotti, appena guardano le nostre carte d'identità, hanno la stessa reazione incazzosa. A quel punto ci mettiamo a ridere, e li mandiamo a quel paese. "Non abbiamo nessun precedente penale, a questo punto si vede benissimo che state fingendo pure voi! Giù la maschera, coglioni!". In quel momento esce fuori il boss del clan a cui appartengono i nostri compari. Gli ultimi poliziotti si rivelano essere anch'essi membri della banda travestiti. I nostri colleghi-rapitori vengono così licenziati, con l'accusa di non aver reagito alla situazione con la giusta presenza di spirito (evidentemente era una specie di prova).
Poi il boss si avvicina a me e al mio amico, incuriosito dal nostro coraggio, per proporci di lavorare con lui. Rimaniamo indecisi sul da farsi.
Arrivano le nostre fidanzate, piangenti e preoccupate, perché non ci trovavano.
Guardo la mia ragazza, mi sembra dolce e indifesa, e capisco che devo aver cura di lei. Dico al mio amico che potremmo affittare una casa non troppo grande, e viverci tutti e quattro, insieme. Ci conosciamo da tempo, la coabitazione non sarà un problema.
Per cui ci avviciniamo al boss, e accettiamo la sua offerta, dichiarandoci disposti a eseguire ogni suo ordine.
L'unica condizone che poniamo è che non dovrà mai ordinarci di uccidere qualcuno.
mercoledì, 08 luglio 2009
"Io e te potremmo andare verso qualcosa di un poco più complesso rispetto al silenzio festoso di una poesia interrotta sul più bello, per correre alla festa in piazza".
Saremo oltre la Scelta e la Sorte. Saremo innamorati, che corrono stringendo il pensiero di dolci follie. Saremo ciò di cui ci si innamora, scambiando con uno sguardo fugace cento notti di veglia e poesia.
Giocheremo a dadi sottocoperta. La notte canteremo la felicità nascosta nelle insenature della baia di smeraldo, nelle puttane dei porti della Grecia, nei buchi di culo di fiordo dei profeti ciechi e dei sapienti ubriaconi del profondo Nord. Una benda andrà coprire i nostri sguardi più belli, perché ci sia una cosa da poter spogliare, nelle camere chiuse di felicità silenziose. Le nostre rughe e le nostre cicatrici saranno più preziose di una medaglia d'oro. Il sapore dolceamaro della nostra ricchezza rimarrà sopra le bocche avide di liquore e vino. Al culmine di una felicità rubata, raggiunta per pochi istanti, comprata a peso d'oro, oppure semplicemente trovata per terra, chiuderemo gli occhi intorno a quel pensiero piccolo e dolce. Una striscia di luce lunare carezza già il mare scuro come vino. Sarà il sentiero sopra cui voleranno i nostri sorrisi, nutriti all'ombra di una notte coperta da sogni sereni.
Stillicidio è una parola, un modo di battere il tempo, che cade via dai rubinetti chiusi male, nelle notti pesanti. Ma il tempo è misura di solitudine, la vita invece è fuori e dentro la goccia. Universi di micro-organismi, strutture, equilibri. Immagino di poterli vedere, ma se mi avvicino la goccia si sfalda, diventa umido.
Ciò che resta delle lacrime. Per questo estraggo avido la luce dal tuo guscio di buio.
Plasmo un pensiero, lo immagino volare, per te.
E anche per quelli per cui forse, adesso, domani, o mai, è già inutile.
Ma i pirati non si arrendono, scivolando in una notte così bella che non ha padroni.
E solo i libri possono sperare di chiuderla.
martedì, 07 luglio 2009
Il sentiero che pensavo di conoscere adesso è sommerso da cemento e barriere architettoniche, colori di tribù sconosciute. Camminai svelto, non è né passeggiata né corsa, ma la parodia goffa di un'oca grassa, mentre quella macchina mi sfrecciava davanti, e i malebranche all'interno ululavano risate e insulti. Dio, fa che non si fermino. In quella strada inzuppata di nero e spazzatura, da una parte il prefabbricato dalle luci infernali, dall'altra c'era la zona proibita. In mezzo non c'era niente: c'ero io. Poi per fortuna, arrivò la carrozza. Scattai una foto col cellulare, ma era un gesto insignificante e manieristico. Perché il mio sguardo era già puntato verso la riva opposta, verso il lembo di terra che avrei raggiunto, attraversando i monti, superando i mari. Ero riuscito ad evadere nel momento in cui la mia immaginazione aveva cessato di muoversi, di scappare nelle direzioni più oscure. Si era fermata, accucciata, in attesa. Lasciandomi libero di muovere il corpo, slegato dalla ragione e perciò proteso verso la salvezza. Fu una gioia poterla utilizzare di nuovo, a bordo della nave. Fu una gioia poter tornare a immaginare, senza che gli occhi, la lingua, il sudore salato e il cuore martellante ti comunicassero che forse era meglio scappare, che forse era meglio non essere lì. Cosa vuoi che mi importi della notte che non culla tra le sue braccia, del sonno perso, delle risate come maschere. Cosa mi importa della paura, io sono già fuori dal bosco degli assassini. Si perderanno ansimanti tra gli alberi, senza trovarmi. L'importante è quel pensiero fisso. Con il legno scorrerò dando forza alle dita. Con l'acciaio lo renderò più forte, farò piovere la luce sulle zone d'ombra. Con la luce che senti dentro , quando i piedi fusi col terreno iniziano a scuotersi e a diffondere il tremore per tutto il corpo, e le narici pizzicano annusando l'elettricità. Quell'unico pensiero. La realtà che vuoi, ma prima devi andarci. Non importa il sacrificio: seminando frammenti del tuo cuore, renderai più leggero il cammino.
Solleverai lo sguardo, senza paura delle lacrime.
mercoledì, 01 luglio 2009
Pensò che se quattro persone fanno una casa, cento persone fanno un quartiere, e quindi una pentola di pasta che bolle non basta più per tutti. Ci sono finestre che diffondono un profumo corposo e dolciastro, e finestre che puzzano di morte. Se cento persone fanno un quartiere, mille persone fanno un esercito, e allora ci sarà sempre un modo per mandarlo a combattere da qualche parte, in nome di chissà quale slogan . Per cui iniziò a concentrarsi, a sottrarre dalla sua mente, poco alla volta, l'idea che aveva degli uomini. L'amore ci salverà, dicevano i cantanti... e poi ti portavano via la fidanzata, la sorella, e forse pure la mamma. Poi c'era l'amore di Dio. "Dammi un uomo e una donna, e avrai una famiglia. Dammi un uomo completamente solo, e avrai un santo". Le canzoni religiose assomigliano a quelle d'amore. Entrambe nascono davanti alla finestra, davanti alla Luna e alle stelle. Raramente in compagnia di qualcuno. Camminando e pensando a queste cose, giunse nei pressi di una grotta. Ogni volta che congiungeva le mani e parlava con Dio, la grotta deglutiva. La gola di roccia e buio lo faceva scivolare sempre più. Ogni volta che parlava con Dio, voltava le spalle al villaggio, all'incerta possibilità di incamminarsi e vagare nei boschi fino all'alba, spaventato dalle voci degli animali e dei fantasmi, fino all'alba. E poi, in piedi di fronte a una quercia, avrebbe incontrato un boscaiolo. L'avrebbe aiutato a trasportare la legna fino alla capanna. Ci sarebbe stato latte caldo e un pezzo di pane e burro per colazione.
Voltò le spalle a tutto questo, e cominciò invece a parlare con Dio.
Gli angeli vagavano come avvoltoi intorno alla sua testa.
Passarono le stagioni. Le sue ossa vennero ritrovate, conficcate nel cuore di pietra della grotta.
Lo chiamarono "il santo". Presero le ossa come una benedizione, le portarono al villaggio, la gente cominciò a sentirsi bene. A guarire. A innamorarsi.
Adesso che c'erano le ossa del santo a proteggere il villaggio, tutti si sentivano felici, pieni di speranza.
Organizzarono una grande festa, la prima dopo svariati anni.
La notte delle celebrazioni i fuochi d'artificio infiammarono coi loro disegni fioriti il cielo.
Le preghiere salirono alle stelle, fino a dissolversi nello spazio.
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