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domenica, 31 maggio 2009
L'ombra attraverso' la cittadella fortificata. La cinta muraria, il pavimento in pietra frammentato. Le linee aspre e oscure nelle fessure nella roccia. Gli spazi vuoti, una carezza sopra la fantasia.
L'ombra guardò negli interstizi, tra i radi fili d'erba che spuntavano. Premette le immagini in testa, quasi come se la pietra potesse trasmettergli la propria forza.
Nella piazzetta, al centro della statua del Generale Baffone, Lei trafisse l'aria con un messaggio, e attese.
L'ombra scese per la scalinata a passo svelto. Nello spazio di un tuffo al cuore, si diresse verso il centro cittadino. Le nonne e le mamme parlavano assieme, come una riunione di aragoste.
I bambini, dal lato opposto, sedevano tutti in gruppo su un'unica, angusta panchina.
Stringiamoci a morte, siam pronti alla sorte
La stessa panchina in cui avvenne il mio primo bacio. Il Generale Baffone, col volto butterato da cicatrici all'uniposca, sorrise, in mezzo a tutto quel marmo.
L'ombra si compiacque della propria mancanza di preavviso, giungendo alle spalle di Lei, che si voltò contenta, invitandola a sedersi vicina. Non mi riuscì di vedere nient'altro.
Tempo sprecato?
Un giorno mi spiegarono che c'è una linea immaginaria su cui distribuire sospiri e lacrime. Non ho mai imparato la giusta sequenza, ma non mi interessa che gli spettatori possano alzarsi a metà film.
Quando cammino, non vado molto veloce. Mi piace appoggiarmi qualche minuto alla veduta panoramica.
La linea dell'orizzonte è morbida, come un bagno caldo. "Vedi?" mi diceva " Oltre quella linea ci sono le isole. Chissà come sono belle! Mi piacerebbe prendere una barca e andarci!".
Nell'Antica Grecia, tra le varie isole, esistevano quelle dei Beati.
Spero che tu sia lì.
Lei e l'ombra mi vennero incontro, alle spalle del sole calante.
Lei sorrideva. Il volto ombroso del suo accompagnatore si trasfigurava in piccoli puntini colorati.
Mi sarebbe piaciuto essere Dio, in quel momento, per spargere lungo la strada petali di ciliegio.
I ciliegi in fiore fanno molto Samurai. Infatti ce ne sono tanti, in Giappone.
Mi piacerebbe andarci, prima o poi, per incidere sui petali piccole sillabe di poesia i versi delle mie pause.
Le canzoni della mia contemplazione.
sabato, 30 maggio 2009
Sul piatto c'era una fetta di tonno arrosto, illuminata da due cucchiai d'olio, colorata del rosso sparso di un pomodoro, abbrustolito sulla graticola e poi spiaccicato tra frammenti d'aglio e odori verdi.
Mangiavo e guardavo gli altri commensali.
Mi parlavano di cose cupe, con tono ora concitato, ora commiserevole.
Gustavo piano i pezzetti di tonno con un boccone di pane, tenevo bassi gli occhi a rimestare nel rosso pomodoro.
Decisi che le cose di cui mi stavano parlando erano in evidente contraddizione con la bontà di quanto stavo gustando. Decisi perciò di guardare meglio.
Seguendo il ritmo della masticazione, accettai la loro esistenza intermittente.
Accettai quei volti sfumati, coi colori evanescenti, che fuggivano impazziti sulla superficie della pelle e dei vestiti.
Si muovevano, non si mescolavano.
Accettai l'estensione delle cose di cui mi stavano parlando.
Vidi un disegno tentacolare, un insieme di canali di luce che scorrevano irrorando in diverse direzioni.
Avrei potuto parlare, ma le sillabe si sarebbero impigliate tra le ramificazioni di quello strano disegno, sospeso sopra la testa dei miei commensali, come una specie di fantasma.
Per cui decisi di lasciarlo lassù.
Guardai sotto i miei piedi.
Anch'io avevo cominciato a sciogliermi piano piano, in rigagnoli di luce viola, lo stesso colore della camicia che avevo comprato, e che piaceva soltanto a me.
Adesso quel colore era un tutt'uno con la mia pelle.
Le membra gocciolavano formando piccoli fiumiciattoli, che si insinuavano tra le crepe del pavimento e correvano fino a fondersi con i muri, le tubature, le fondamenta.
Provai il dissennato, dissonante desiderio di fare capire questa cosa, pur sapendo che non ci sarei mai riuscito.
Non sapevo come sorridere, per cui scoprii leggermente i denti.
sabato, 23 maggio 2009
Un famoso regista, che però mi sta antipatico, porta con sé mia sorella, un po' riluttante, per farle interpretare un ruolo in un film all'estero.
Dopo un po' di tempo, la troupe ritorna in Italia. Tutti sono in macchina, e si raggruppano in un parcheggio vicino a casa mia.
Io attendo in silenzio. Mia madre spia dalla finestra e scruta impaziente.
I vari membri della troupe e del cast di attori escono dalle macchine, ad uno ad uno, ma mia sorella non c'è.
Sento i passi del regista che sale le scale di casa nostra.
Mi precipito verso di lui.
Ghigna soddisfatto, preparandosi allo scontro.
Rido anch'io, perché capisco che mi sta sottovalutando, scoprendo troppo il fianco, e questo mi da un secondo di vantaggio-sorpresa.
Lo afferro con i miei riflessi da tigre, affinati grazie all'addestramento coi marines, prima che possa dire qualcosa.
Gli mollo un pugno nello stomaco, poi gli sbatto la faccia per terra. Una, due, tre volte. Alla fine, col muso ridotto a poltiglia sanguinante, mi dice che mia sorella è voluta rimanere in quei luoghi.
Il suo racconto non mi convince per niente. Sono preoccupato per mia sorella, e mi chiedo cosa sia successo veramente. Decido di partire per andare a cercarla.
Mi sveglio all'improvviso e penso che sarebbe un incipit perfetto per una storia.
venerdì, 22 maggio 2009
Negando, annegando, in un altro quando che non importa, lasciando macerare i pensieri al sole, sopra la finestra. Ne ricaverò concentrato di pomodoro, come mi aveva insegnato mia nonna.
L'unica cosa di cui ho bisogno in questo momento, o per lo meno l'unica davvero facile da ottenere.
E' questo ciò che riserva il sole. Che poi quando lo guardi, perché negare che fa male? Perché negare che la luce ti scorre addosso? E' la luce a ricompormi, un po' come cazzo le pare. Tutti si incazzano quando scombino un poco il puzzle cromatico, e poi dicono no, ti stai sbagliando, la strada è quella, sei tu che stai deviando. Il buio fa smettere di pensare, ti rende brutto, non ti riconosco più. Se mai mi hai conosciuto.
Mi riconosceresti? Sono qui. Non riesco a darti quello che mi chiedi. Domandi sempre qualcosa che non conosco. Eppure sto provando, senza prezzo, a darti quello che ho. Quello che trovo, al momento, rovistando fino a grattare, e farmi male. Mi appoggio al muro, ho deciso di chiamarlo "il mio angolo", ma non è così, è solo pietra, in un posto che non conosco.
Sanguino, e non saprei come dirlo. Se il vuoto finisse col fondo, sarebbe facile trasformare il guscio in frammenti. Invece rimane sempre fedele a sé stesso, senza reclamare nulla che possa riempirlo. Immobile, mentre risuona il silenzio, tra le pareti, tra le tende. Se questa fosse una domanda, saprei come rispondere.
Ma non lo è. E diventa sempre peggio. Sempre più fredda, sempre più chiusa, accartocciata come la carrozzeria di una macchina, durante il funerale dello sfasciacarrozze. Mi gira la testa e non saprei che parole usare per chiamare qualcuno. E' una bella giornata. Tutti ridono. Girano piano. Allora provo a entrare in quelle case in cui ti promettono qualcosa subito. Provo a riscaldarmi col veleno. Penso. Un insieme morbido di odori e forme, come la fiamma che ti riscalda, e ti consuma mentre ti avvicini in un paradiso doloroso. Penso a quello che ho per pagare, ma non è abbastanza.
Potrei chiedere un prestito, ho il telefono.
Anzi, l'intera gamma dei mezzi di comunicazione disponibile nel mare elettrico pulsa e scintilla riscaldandosi, pronta per trasmettere qualsiasi mia richiesta fino a ventimila leghe sotto i mari, oltre le montagne.
Ma cosa scrivo, chi chiamo, che moneta si usa in questo paese? Il veleno entra in circolo, il calore non si sente più. Provo a chiamare un bicchiere, a baciare un tovagliolo. Il calore non c'è mai stato. Torna il mio corpo. Davanti a lui, solo casino. Vomita insulti.
I muscoli di dolore, gli spasmi mi chiedono come ho potuto lasciare che accadesse questo. Mi accorgo che avrei ancora bisogno delle cose morte, dei soldati che ho abbandonato al fronte, perché la guerra non aspetta il tempo per piangere.
Mi accorgo che non ci sono più, che se ne sono andati da tempo, insieme a me.
Non conosco i fantasmi, ho rinunciato alla loro presenza in cambio di un manuale per costruire stelle filanti protoniche, effetti speciali, robot dallo sguardo languido, più umani dell'uomo stesso.
Ma sono solo giocattoli, non servono a molto.
Perfino il terrore è più concreto.
Rimane una sostanza invisibile e calda, salata, sulle guance.
Diventa un oceano di lacrime, tra le lenzuola morsicate. Un neonato che nasce, debole e vergognoso, chiedendo pietà alla luce.
Negando, annegando.
Michele e Lorenzo sono fratelli, cresciuti senza "le carezze che bloccano al muro" e fanno venir voglia di "volare via". Il padre, irrequieto e anticonformista viaggiatore, scomparso da anni, vende la casa in cui vivono e li costringe a intraprendere un viaggio in Marocco per andare a cercarlo.
Il modo di fare cinema in Italia, pur con le inevitabili critiche che derivano da un approccio ormai considerato scontato e ripetitivo, non riesce a sottrarsi dal bisogno di comprendere la propria realtà, il proprio presente. L'incrocio di questi temi con quelli dell'impianto narrativo da "road movie" riesce a dare corpo, colori, forme inquiete alle emozioni, ai dubbi, alle contorte ragioni del cuore. Attraverso le strade polverose, le distese del conturbante deserto, il cielo azzurro due generazioni si fronteggiano, si fanno domande, tentano di comprendersi. Due fratelli, l'uno oppresso dalla dolorosa responsabilità, l'altro ignaro, affascinato, attratto dal mito di una figura paterna tratteggiata con colori sfumati ma ardenti ed eroici. Nella loro dicotomia c'è tutta l'incertezza dei giovani uomini di oggi. Un padre che diventa simbolo orgoglioso di una generazione che ha scelto, a dispetto delle conseguenze più estreme, di inseguire le proprie passioni. Nonostante questa difficoltà nell'incontrarsi e nell'intrecciarsi, inseguire le proprie emozioni, forse con una maggiore consapevolezza dei propri bisogni, nel più classico schema del "viaggio attraverso il cambiamento", porta comunque a sorprese che nessuna delle parti si aspettava, o credeva possibili. Sebbene l'impianto narrativo e l'idea possano sembrare già sfruttati, c'è molta partecipazione e curiosità nello sguardo del giovane regista, capace di dare colore e corpo alle emozioni in modo coraggioso, perché adattare le tensioni psicologiche a un ambiente esotico, sconosciuto, difficile da rendere in tutte le sue sfumature culturali e sociali mette a dura prova la padronanza del mezzo espressivo, dell'occhio del regista.
Direi che da questo punto di vista la prova è ampiamente superata.
martedì, 19 maggio 2009
E' già mattina.
Direi che è una punizione sufficiente.
Ecco la chiave.
Sono nato in un giardino.
Davo il nome agli animali.
Guardavo la luna.
Lasciavo libere di ronzare le parole nell'aria pungente.
C'era abbastanza silenzio per sentirsi diversi.
C'era una bambina che veniva sempre a guardare.
Seduto su un'aquilone, davo da mangiare ai piccioni svolazzanti.
Pulivo la gabbia dei draghi.
Cucinavo balene Flambé in un oceano di maionese.
La bambina faceva "Aoh".
Reclamava sarcastica la mia attenzione.
Rompeva gli schemi delle mie elucubrazioni.
Puntava il dito sui miei miracoli.
Sembrava un tafano conficcato nel mio silenzio.
Mi guardava sconcertata, mi chiedeva spazientita: "ma che cazzo stai affà?".
Il suo accento romano mi spazientiva, a sua volta.
Ero costretto a gonfiare banane.
A mettere la glassa sui punti interrogativi.
A disegnare cose che potessero in qualche modo stupirla.
Quella bambina romana di merda.
Cosa si credeva? Io sono un supereroe.
Potevo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci.
Ma io sono fantascienza, non scienza.
Anche se questo non sembrava far molta presa sulla poppante.
Mi prendeva in giro peggio di un bulletto der Colosseo.
Ma so che aveva ragione.
Di nuovo mattina.
Altro ricordo.
Un giorno vennero le ruspe, cercando di abbattere i muri del mio giardino.
Era impossibile ottenere la chiave.
Stando a quanto mi dicevano Lewis Carroll e Kafka, l'entrata era solo per me.
C'era Lui.
Brillante, prepotente, catarifrangente.
Smargiasso eppure cortese, e questo mi feriva ancora di più.
Come una vivace poesia del Dolce Stil Novo potrebbe ferire un uomo paralizzato ed evirato.
Forte della sua esperienza (cosa c'è di più prepotente dell'esperienza?) dirigeva i lavori.
Voleva trasformare il giardino in un Bene Pubblico.
"Qui sorgerà una fontana, qui uno splendido balcone rinascimentale".
"Rinascimentale?" chiedevo, invaso dalla stizza.
"Certo. Sono stato a Firenze a studiare le tonalità cromatiche più desuete dell'arte italiana".
"Come sei... professionale" gli dissi con una punta di sdegno.
Lui mi guardò con una risata splendida e mortale.
"Cresci" mi disse, semplicemente.
La verità è che la bellezza so riconoscerla.
Così come riconosco che non sarà mai in me.
Giocavo solo a fare il supereroe.
Il dado è tratto, ma il sale è giusto, quindi non mi va di frignare per questo.
Impugno il cucchiaio e sorbisco orgoglioso la mia sbobba, con un elegante risucchio.
So volare e sparare raggi di pura energia concettuale.
Posso plasmare la realtà con anelli del potere, tagliare l'aria con artigli di Adamantio.
Poteva andarmi peggio.
Rimango cinico, ben oltre le possibilità lasciate dalla mia età, e questo mi rende comico.
Ma meglio una risata che diventare come te.
Non perché tu mi faccia schifo.
E' il contrario.
Come ti ho detto, riconosco la bellezza.
In un altra vita, mi saresti pure stato simpatico.
Ma probabilmente ti avrei ucciso.
La mia vita è più importante del dolore.
Per questo devo negarti, devo odiarti.
Devo trasformarti in una poesia.
In una canzone.
Perché mi fai male.
E questo, stamattina, sgraziato e mugolante, accecato e danzante, ti dico.
Tra un sussurro e una scoreggia, borbottando come un treno.
Ma il treno, dei Desideri, dei miei pensieri all'incontrario va...
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Vorrete un lieto fine, immagino.
Ebbene... una volta completata la ricostruzione del giardino (che ora si chiama Piccolo Villaggio Torta Paradiso, o una cosa del genere) pare che a un certo punto lui e quella fastidiosa bambina romana si siano sposati.
E quindi confetti, ristorante, macchina a noleggio coi barattoli legati dietro.
Come potrete benissimo immaginarvi da soli.
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A proposito del titolo di questo post, chiedo perdono a Fabrizio De André.
E quale modo migliore per chiedere scusa, se non con una canzone?
Perdono, perdono, perdono...
io soffro più ancora di te!
Perdono, perdono, perdono...
il male l'ho fatto più a me...
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