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martedì, 28 aprile 2009
Una mia amica aveva preso con sé due scoiattoli.
Sono creature dal corpicino molto elastico e flessibile, quasi come se avessero lo scheletro a molla. Quando si trovano in ambienti chiusi giocano e si rincorrono in continuazione, raggomitolandosi come palline, e rimbalzando in ogni angolo della casa.
Un giorno questa mia amica ebbe delle faccende da sbrigare, per cui mi chiese se potevo rimanere per qualche ora da lei, per tenere a bada gli scoiattoli.
Inizialmente pensai di poter gestire la cosa, per cui accettai volentieri.
Mi sistemai a leggere sul divano, mentre le bestiole giocavano sul tappeto.
Ben presto però le cose sfuggirono di mano. I due scoiattoli cominciarono a saltellare per la stanza, poi si azzuffarono, fondendosi in un'unica pallina di pelo, che faceva su e giù, come le biglie di un flipper. La stanza mi sembrò d'improvviso più stretta.
Volevo prendere gli scoiattoli tra le mani ed accarezzarli.
Ma si muovevano troppo. Quando scattavano verso di me, c'era qualcosa in quella loro guizzante vitalità che mi faceva paura.
Per cui finivo sempre per spingerli via, ogni volta che mi venivano vicini. Ma ciò non fece che peggiorare la situazione.
Rimbalzavano dove capitava, poi tornavano indietro, sempre più veloci e agitati.
Non riuscivo più a seguirne il movimento, mi girava la testa.
Non ce la facevo più a tenerli a bada, per cui dovetti uscire un attimo di casa a prendere aria. Comprai in una bottega lì vicino un po' di noccioline, poi rientrai in casa e li feci mangiare. Finalmente si calmarono un po', e tutto continuò senza intoppi, fino al ritorno della mia amica.
In ogni caso, le feci volentieri quel favore, perché era sempre molto gentile con me. Mi telefonava spesso. Chiaccheravamo un po' di tutto. Purtroppo doveva sempre allontanarsi dalla cornetta, perché bastava che girasse le spalle un secondo, e quelle pesti di scoiattoli le combinavano qualcosa. Quando parlavamo, mi chiedeva spesso come andassero le cose al paese. Poi mi chiedeva se il mare era bello. E io rispondevo che, se le andava, potevamo andarci insieme, io e lei da soli.
Poi però gli scoiattoli rompevano puntualmente qualche tazza o bicchiere, saltandoci sopra.
E lei doveva congedarsi, per correre a sgridarli.
Quindi solitamente la conversazione terminava lì.
domenica, 26 aprile 2009
"Posso sopportare qualunque crudeltà mi venga inflitta
Quello che non tollero è la gentilezza"
Un viaggiatore americano vaga per il Giappone alla ricerca di una donna di cui era innamorato, e che gli si era promessa in matrimonio, e approda in un'inquietante isola in cui le donne vengono vendute come strumento di piacere.
Questo film, originariamente concepito per la serie "Masters of Horror", e ritenuto troppo estremo dai committenti americani per essere trasmesso, rappresenta il Takashi Miike che preferisco: duro e spietato, senza scendere a compromessi né narrativi, né soprattutto visivi.
Anche per chi ha sopportato le sequenze splatter e le torture di Audition o di Ichi The Killer, sono qui presenti momenti di vera e propria crudeltà visiva, con dettagli al limite dello snuff movie.
Si tratta comunque di un prezzo accettabile da pagare, poiché la storia di base è affascinante, svelata a poco a poco attraverso un racconto da cui estrarre di volta in volta contraddizioni e bugie, fino a ricostruire l'esatto decorso degli eventi. Un'odissea di povertà, dolore, e decadenza dei rapporti umani.
E' impossibile porci come giudici equidistanti di ciò che vediamo accadere in questa storia: possiamo solo guardare, impotenti, mentre le nascite si susseguono alle morti, e i cadaveri, il marciume, le conseguenze del decadimento tornano sempre a galla, trasportati dalle correnti fluviali fino al nostro sguardo.
sabato, 25 aprile 2009
Aprii la porta. Dentro c'era né più né meno di quello che avevo immaginato.
Una cosa brutta, che si reggeva in piedi a fatica. Ogni respiro era un piccolo miracolo, per quanto perverso.
Gli occhi si inumidirono: pensai a tutte le cose che poteva imparare.
Pensai al modo di usare gli oggetti di quella stanza in combinazioni più armoniche, che facilitassero nuovi tipi di movimento, non più in avanti, o indietro, ma in ogni direzione.
In ogni possibilità.
Ma io ero solo un bambino. Cosa avrei potuto fare?
Sistemai in fretta quello che c'era da sistemare. Mi sbarazzai delle tracce, e lasciai la porta aperta.
Adesso era una stanza come tutte le altre, non c'era bisogno di nascondere nulla.
Non mi restava che riprendere il mio posto, e aspettare la ricompensa promessa.
Presto mi avrebbero lasciato andar via da lì, una volta per sempre.
Chissà se quella ragazzina dagli occhi piccoli era rimasta fuori ad aspettarmi.
" Sono un vecchio pezzo di carne sbattuta, e sono solo".
Aronofsky sceglie una telecamera simil Dogma 95, che segue implacabile il protagonista nel suo claustrofobico documentario di sangue, sudore e lacrime, in un'America fredda e avara, nella quale pascolano perdenti.
Una realtà al tempo stesso commovente e disgustosa.
Mickey Rourke è completamente al servizio del suo personaggio. Soffre, si fa male, si trasfigura.
La Tomei è disillusa, ma con dolci barlumi di romanticismo, e fornisce un'ottimo contrappunto alla prova di Rourke. Una donna, bella, spietata, fragile, contraddittoria, che è assieme motore inconsapevole e spettatrice impotente degli eventi.
La giovane Evan Rachel Wood, "l'altra donna" del film, disegna il suo personaggio con tratti durissimi. Attraverso la sua maturità precoce mostra un mondo svelato a metà, e ancora più sofferto.
Il modo in cui la storia è condotta, dall'inizio alla fine, contribuisce a darmi un'idea di circolarità, quasi come se potessi riavvolgere il film e tornare allo stesso punto iniziale, per poi ripetere quelle esperienze e farle sfociare in un determinato punto.
Ecco, credo che al di là dei discorsi sul mondo del wrestling, Aronofsky sia riuscito a rappresentare in modo perfetto la degradazione circolare, l'eterno ritorno del perdente, intrappolato per tutta una serie di motivi, sia esterni che personali, in una spirale di sacrificio e sofferenza, il quale diventa vita accettabile soltanto se condivisa con il pubblico. Si puo' allargare il discorso wrestling e considerarla una parabola più allargata, quella dell'Artista visto nella sua essenza più distruttiva. Un sacrificio perpetuo, inconcludente e inconcluso, eppure vivo,consapevole e passionale.
Il Frank Darabont de "Il miglio Verde" e de "Le Ali della Libertà" ha un ottimo curriculum come adattatore di opere tratte dai romanzi di Stephen King, e non fa che confermare le sue doti in questo film. E' interessante soprattutto la concretezza e i problemi reali con cui si scontrano tutte le opposte filosofie messe in campo dai personaggi del film (tratto da un racconto del Re di Bangor che purtroppo non ho ancora letto).
Il personaggio della fanatica religiosa (ottimamente recitato da un'attrice attenta anche alle sfumature, come il fatto di sciogliersi i capelli nel momento in cui si acquisisce maggior carisma e affermazione personale) mette in campo ulteriori riflessioni, perché la sua visione è l'unica che riesce a imporsi sulle altre, mediante il meccanismo che gioca sul rifiuto, sulla paura della diversità, e sui sensi di colpa.
Alla fine sarà lei a "spezzare" la libertà di scelta delle opposte fazioni, tentando di imporre il suo volere sulle altre. Anche questo purtroppo è abbastanza verosimile.
Gli sviluppi narrativi di questo film, venati di cinico pessimismo e amarezza, contribuiscono a renderlo un ottimo horror catastrofista.
Ci sono echi narrativi lovecraftiani, che si mescolano al senso di terrore dato dagli sconvolgimenti ambientali e allo stress dei luoghi chiusi.
L'espediente della nebbia sfrutta al meglio il potenziale horror delle creature sovrannaturali, in un gioco di tensione in cui viene mostrato il meno possibile, e permette di superare i problemi di budget di una realizzazione tecnica non eccelsa.
giovedì, 09 aprile 2009
Fuori di qui, perfino gli uccelli fanno casino. Il cielo è quello che è.
Il cervello, unico tessitore disponibile allo sguardo, cerca di ricucire le toppe come può.
Primo filo: mio nonno da piccolo mi raccontò di sua nonna e sua madre, davanti alle macerie.
La nonna si girò, e prese in un abbraccio tutti i membri della famiglia.
"L'importante è che noi siamo vivi".
Secondo filo: in un pomeriggio noioso, aiutavo mio cugino a stendere i panni. Parlavo di mio nonno.
"Venivano dalla guerra. Ti rendi conto? Quanti ricordi orribili hanno ucciso?
Quanta disperazione hanno dovuto soffocare?
Eppure parlavano di ricostruire le case.
Celebravano matrimoni, alle spalle delle macerie".
Mi immagino il sorriso ampio e radioso di mio nonno. Il suo passo gentile, i suoi sorrisi galanti. Le mani pazienti che aggiustavano ogni cosa.
Non riuscirei mai a immaginarlo mentre uccide qualcuno.
Non riuscirei mai a immaginare quel sorriso mentre si lascia alle spalle le macerie.
Eppure è da lì che è venuto.
E' da lì che vengo anch'io.
Ho ancora qualche briciola di immaginazione, mentre tocco l'invisibile mano che trema sotto le coperte.
E' qui che cambieremo. Nel sonno che non riusciamo a ritrovare.
Mi immagino i pensieri che cadono. Risvegliati, sorpresi. Certezze che tremano. Paura di perdere. Paura di perdersi.
La nostra condanna è rimanere qui a pensare.
Penso che sia un fardello leggero, dopotutto.
E c'è un'altra cosa. Due giorni fa, per la prima volta, ho dovuto fare la fila per poter donare il sangue, nel cuore di questo paesino in cui manca sempre tutto.
Preferisco pensare e credere che non sia finita qui. Che sia l'inizio di una lotta per la gestione razionale del territorio. La lotta alla speculazione edilizia, alle opere faraoniche che risucchiano denaro pubblico e attirano vecchie e nuovi avvoltoi. La lotta contro l'assenza di controlli.
Gli sguardi che vanno oltre i sorrisi prestampati, e non chiedono barzellette.
Non chiedono Luna-Park.
Non è certo quello il passato che rivorrebbero indietro.
Fili.
La testa ha bisogno di ricucire le sfilacciature, di creare punti di partenza e finali provvisori.
Un orizzonte sgombro da nuvole, l'immagine di un gruppo di case baciate dal tramonto.
La musica del silenzio. I respiri dell'amore.
Ma c'è un filo che rimane tra le dita, inutile e tremolante.
Non sono mai stato a L'Aquila, in tutta la mia vita.
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