FiocoTram

   

Il meraviglioso blog dei refusi©

 

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domenica, 15 novembre 2009
 

Barriere

Ultimamente il mondo in cui mi ritrovo a vivere è piccolo, stretto e allucinato.
Fare una passeggiata significa rimanere senza fiato, non di fronte a chissà quale spettacolo, ma per colpa di uno strano fenomeno di rarefazione dell'aria.
Non so se sia una cosa normale, magari data dal tempo o dal freddo, ma non la percepisco come tale. Sentirsi soffocare mentre si cammina rende parecchio difficile immaginare di poter volare e sparare arcobaleni dalle dita, anche se questo non implica che non ci si provi lo stesso.
Anzi, forse dopo un po' la mancanza d'aria rende più facile cercarla altrove.
Ma già verso le sei di sera, da quando hanno chiuso la piazza per lavori, temporanei (secondo una scala di definizione tipicamente meridionale) c'è un'oscurità quasi innaturale, non attenuata dalle luci artificiali, la cui debolezza opaca sembra quasi dare l'effetto di un acquario riempito di melma.
Forse è una metafora un po' sprezzante, ma allora perché tutti quelli che incontro hanno gli occhi sbarrati?

Una mattina mi è capitato di vedere un vecchio conoscente che non vedevo da anni, mi è venuto istintivo alzare la mano per salutarlo.
C'era un sole bellissimo. Quando il suo viso è emerso dalle ombre del negozio in cui si era attardato, sorrideva pure lui, ma era un sorriso strano.
E poi i capelli erano diventati tutti bianchi. Sembrava che durante la mia assenza gli fosse venuta una malattia, di cui non ero a conoscenza.
Hanno davvero gli occhi sbarrati? O forse è colpa  del mercato del pesce?

Immagini sovrapposte.
Cancelli. Marciapiedi in frantumi. Impalcature. Gente che cammina. Occhi come pesci.
L'aria come il bancone del mercato.
Espone cadaveri tra foglie di insalata e decorazioni, per simulare un habitat naturale.

Quando i cantieri sbarrati, le ruspe e i camion producono quel rumore martellante viene quasi naturale immaginare metodi strampalati e fantasiosi per scavalcare le barriere architettoniche.
Le arti di persuasione retorica tentano di farmi mangiare merda, ma io non perdo più
tempo a spiegare perché non mi piace.
Preferisco alzarmi e fare una passeggiata.

L'analogia tra immagini crea pensieri nuovi, forse folli.
Ma è una follia che purifica.
Non è come costruire l'estensione delle proprie paure, sotto forma di impalcature che nascondono il paesaggio.
Non è come zittire con la  ripetitiva violenza di un automa il silenzio argentato della natura.
Non è come rinchiudere dentro forme claustrofobiche, tentacolari, coperte di spine,  le proprie esigenze autobiografiche.
Riportare alla luce i sogni notturni, annotarne le immagini, significa specchiarsi nell'immagine chiara di ciò che penso veramente.
Le mie paure, le mie meschinità, le mie speranze, anche le più stupide.
Molto meglio di quanto potrò mai riassumerle in uno scritto cosciente.

Torno a fidarmi dell'istinto, quando la ragione mi distanzia troppo da ciò che vorrei.
La fantasia e i sogni diventano un rigurgito necessario, quasi fisico, che sopperisce alla limitazione di libertà.
 

Libertà, scusate l'espressione




Quando leggerete sui giornali le polemiche da destra e sinistra piovute sul fumetto di Alessio Spataro
non fatevi ingannare: molta di questa gente non ha nemmeno letto il fumetto su cui si accanisce.
Voi invece potete farlo.

Al termine della lettura forse anche voi comincerete a chiedervi se questa è satira, quali siano i limiti della libertà di espressione, e altri quesiti a vicolo cieco.
Magari comincerete a lamentarvi contro la degenerazione dei costumi, o vi preoccuperete per la crescente volgarità del confronto politico.
Vi verrà voglia di esprimere (come il Manifesto) solidarietà al ministro Meloni, orribilmente minacciata nella sua reputazione da... un disegno?

A quel punto forse dovreste guardare queste immagini:





A me francamente sembra assurdo che ci sia ancora bisogno di porsi dei dubbi, e discutere sul fatto che quel che fa Spataro sia o non sia satira.
Un politico disposto a mettere il suo sorriso sui manifesti, o a mostrare perfino le foto dei figli per ottenere voti, dovrebbe essere preparato a non piacere a tutti.
A vedere rigurgitate dalla libertà di pensiero le stesse strategie di immagine che usa per farsi eleggere.
Inoltre il  linguaggio usato non può rimanere fermo a modelli rassicuranti.
L'imitazione da cabaret del politico di turno, i disegnini alla Forattini, non possono più pretendere di rappresentare il livello del dibattito politico moderno.
Spataro ha uno stile pesante, volgare come una barzelletta sporca.
E' proprio questo che lo rende divertente.

In un contesto che ripropone nostalgie totalitariste, in cui le minoranze vivono pericoli concreti, la risata liberatoria è il metodo più efficace per interpretare il malessere collettivo.

E' di scena il contraddittorio mondo della destra romana, incapace di liberarsi da un passato "sporco", come  le mosche che affliggono la caricatura di Fini.
Difendo Spataro perché l'arte del giullare è sempre stata una delle forme di garanzia dell'equilibrio tra governante e governato, e perché la sperimentazione satirica deve continuare, anche a costo di produrre esperimenti meno riusciti.
Altrimenti si riduce a un'innocuo quadretto da mostrare agli amici in salotto.
postato da FiocoTram | 15/11/2009 08:03 | commenti
boh mah forse


sabato, 14 novembre 2009
 

Dreams of the nursery: omertà

Mi trovo a passare vicino il mercato del pesce del mio paesino, la stessa zona in cui sono ubicati  il municipio e gli uffici del Comune.

Dalle mie parti comprare il pesce è un'attività prettamente riservata al maschio dominante.
Il mercato del pesce è un po' una sorta di  l'agorà della polis.
E' il luogo in cui gli uomini spesso e volentieri si intrattengono discutendo della vita politica del paesino.

Mentre cammino noto una piccola folla che si raduna vicino al marciapiede.
Mi avvicino anch'io, per guardare lo  spettacolo che ha attirato l'attenzione di tutti.
C'è infatti un funzionario del Comune, intento a perforare il marciapiede con una strana trivella a forma di tubo.
Produce un rumore e delle scosse simili  a quelle di  un martello pneumatico.
A un certo punto dall'estremità del tubo visibile in superficie vengono sputati fuori dei sassi.
Vengono fuori velocissimi, e  vanno a colpire la folla, in tutte le direzioni.
Io nel frattempo sto filmando tutto col cellulare.
Torno a casa scandalizzato da questo episodio.
Decido di diffondere il filmato online.
Stigmatizzo l'incuria per i cittadini con cui il progetto è stato eseguito, e la mancanza di protezioni  e contromisure adeguate del funzionario che lo eseguiva.
Qualche ora dopo averlo fatto, comincio a pentirmi della cosa.
Nel filmato è ben visibile il volto del funzionario.
Mi viene la paura che il Comune possa scaricare su di lui tutta la responsabilità dell'atto, lavandosene le mani e licenziandolo.
E poi tutti se la prenderebbero con me, per non essermi fatto i cazzi miei.

Per cui, cancello il filmato dal mio profilo facebook e torno a girovagare e postare nei profili dei miei amici.
postato da FiocoTram | 14/11/2009 04:54 | commenti
sogni


giovedì, 12 novembre 2009
 

Occhi



L'uomo guardava attraverso lo squarcio della porta.

O forse non era l'uomo. Erano soltanto i suoi occhi.

La spaccatura nel legno sembrava una piccola bocca malformata, coi denti storti.
Un dolore contrito, vegetale e silenzioso.

I materiali organici assorbono le emozioni secrete, dal cuore alla pelle.

Anche quando gli occhi non prestano la dovuta attenzione, il  corpo si protende a tradire la mente, cercando l'abbraccio della materia.

L'uomo, o i suoi occhi,  si estendevano febbricitanti, attraverso quella feritoia, per sbirciare la porzione di stanza visibile, nella ricerca di chissà quali segreti.

Ma vide soltanto, a sbarrargli l'orizzonte, una finestra opaca.

Un piccolo letto singolo, appoggiato alla parete sulla destra, un armadio e una scrivania sulla sinistra.

Sopra la scrivania c'era un libro, aperto in un ottuso stupore.

Una domanda tardiva giunse a rompere il silenzio: chi aveva praticato quel foro sulla porta?
All'interno della stanza vuota, c'erano solo oggetti inanimati.

Il libro poteva essere scagliato contro la porta, ma sebbene la copertina sembrasse ben robusta e pesante, non avrebbe provocato che una microscopica scalfitura.

Il tappeto peloso, brutto e antipatico, era troppo floscio per infliggere la forza necessaria, e quindi era inutile includerlo tra i sospetti.

Forse qualcuno era stato nella stanza, aveva letto il libro.

Forse era ancora lì.

Forse  dentro quell'armadio era nascosto  qualcuno capace di rendersi impalpabile e silenzioso, per poi irrompere fuori al momento giusto.

Un essere mostruoso,  dotato della stessa furia cieca sufficiente a squarciare una porta con un pugno.

Il caso era quindi risolto: il classico mostro nell'armadio, troppo spaventoso per lasciare che fosse liberato.

Bastava tenerlo dentro, dimenticarsi del buco, della porta, della stanza, e continuare con le altre faccende.

Sì, ma quali? Un lavoro, una storia d'amore, una ricetta di cucina da eseguire alla perfezione?

Briciole di biscotti condite con salsa Vinavil, e una spruzzata di segatura e scaglie di sapone.

Gli ingredienti mancanti non sono un limite all'intelligenza e alla voglia di fare, o così dicono.

Il vero problema era che l'uomo non aveva alcun ricordo di sé e del suo passato fino a quel preciso momento.

Non sapeva se, girandosi, avrebbe trovato davanti a sé l'immagine rassicurante della sua casa, o piuttosto un luogo estraneo, un corridoio buio, pieno di oggetti sconosciuti, e significati perduti, custoiti gelosamente da qualcun'altro.

Se davvero non si trovava in casa propria, avrebbe dovuto giustificare la sua presenza.
Il ritorno dei veri inquilini era solo questione di tempo.

Un tempo dilatato e angoscioso, come la tortura.

Poteva ingannarlo vagando per la casa, esaminando gli oggetti, cercando di farsi un'idea sulle fattezze dei loro proprietari.

Magari era finito nella casa di uno di quegli squilibrati, che sembrano tranquilli fuori, e che poi, una volta al sicuro tra le mura dimestiche, sfogano la propria pazzia prendendo a calci e pugni le porte.

Cosa sarebbe successo, se una persona simile, traboccante di rabbia repressa, avesse trovato rientrando a casa un estraneo?

Cosa sarebbe successo se, per vendicarsi dell'intrusione, avesse voluto  spaccargli la testa, per provare le sue nocche,  indurite dal contatto col duro legno, su una testa fragile e ripiena di sangue?

No, non se la sentiva di girarsi. Meglio vivere nella tranquillità dell'incertezza.

L'unica cosa che lo legava a quel posto, l'unica memoria capace di avvolgerlo al sicuro,  in quel preciso momento, erano gli occhi affacciati sullo squarcio, e la visione della stanza che il suddetto poteva offrire.

Un pensiero ovvio si fece avanti, reclamando l'attenzione negata fin dall'inizio.

E se fosse stato proprio lui a prendere a pugni la porta?
Non ricordava nulla.


E poi perché avrebbe dovuto farlo?

Forse perché  una visuale come quella era, tutto sommato,  abbastanza privilegiata.

Protetto dietro quella barriera di legno, riusciva a vedere soltanto gli elementi essenziali della stanza, quelli che potevano aiutarlo a  ricostruirsi una sua idea di realtà, senza dover fare i conti con un vero ambiente da esplorare e con cui interagire.

Una scrivania sopra la quale lavorare, un armadio con vestiti da riempire.

Un letto in cui dormire, sognare, abbastanza piccolo per sentirsi solo, o per condividere momenti caldi e stretti, desiderandone uno più grande.

 Magari, di lì a poco avrebbe dovuto ripensare alle sue pretese, progettare ambienti più grandi da vivere e condividere.

E poi c'era quel dannato libro da leggere, un altro mondo in cui entrare, un viaggio da intraprendere sul veicolo della propria immaginazione.

Troppi pericoli. Troppi cambiamenti.

Troppe sensazioni dolorose da catalogare e analizzare, preludio a scelte e passaggi inevitabili.

All'improvviso la porta si aprì.

Aveva premuto troppo il corpo contro di essa, ed era chiusa male.

 Il suo volto si allungò verso la stanza, e i piedi lo seguirono. Iniziò a camminare. Non era più soltanto uno sguardo.


Andò a guardare le pagine del libro.
La pagina era aperta su quella frase...


"Vai via".


-----

La chiave girò dentro la toppa tre volte, e poi finalmente la signorina R. rientrò in casa.
Sbuffò di fatica, posando le borse della spesa in un angolo. Poi rivide, in fondo al corridoio, quella porta squarciata.

Il resto della casa, come al solito, era pulito e ordinato.

Ma quel Buco Nero in fondo al corridoio aveva la capacità di divorare la luce.
Cos'era successo alla porta? Chi l'aveva sfregiata?

Una lite furibonda? Un tentativo di rapina finito male? Una prigionia forzata? O forse era davvero il frutto di uno sfogo di rabbia?

Ripercorrendo con le dita quelle fratture, le tracce emotive inflitte al legno risalivano attraverso la pelle, componendo immagini confuse.

Urla.
Dolore.
Calci rabbiosi.
E quello squarcio, nel cuore di legno.

L'unica cosa certa, a giudicare dall'espressione sul viso della signora R., era la volontà di ricacciare dentro lo stomaco quel ricordo.

Chiunque venisse a trovarla, non riceveva alcuna spiegazione.

Qualunque sensitivo, o artista, che avesse voluto scandagliare la sua testa, alla ricerca di una spiegazione, avrebbe trovato soltanto una profonda tristezza nel suo sguardo.


La signora R.  aveva ricacciato certi ricordi così in profondità, che provare a rinvenirli significava scivolare in fondo a un pozzo nero, verso morte certa, senza possibilità di recupero.

I racconti e le leggende nascono per  colmare i buchi dell'esperienza.

Perfino i racconti dell'orrore, nella descrizione del male, dal più fetido tagliagole psicopatico, al mostro extradimensionale, collage di fobie assortite, ci forniscono una mappa sulla quale muoverci, un insieme di simboli e segnali che ci prepara al trauma di qualsiasi possibile scoperta negativa.


Ma quando il significato è sepolto, perduto,  tra le spire del passato?

Esistono migliaia di enigmi sparsi per il mondo.

Monumenti giganteschi di antiche civiltà.
Statue dall'espressione indecifrabile.
Disegni senza logica, eredità di lingue ormai dimenticate.

Non esiste una chiave per decodificarli.
Ci illudiamo di superare la distanza del tempo tramite la ragione, ma nessun indizio davvero utile è sopravvissuto.

Non esiste nessun legame tra i nostri pensieri e quelle antiche coscienze, decomposte e assimilate dalla terra.

Le antiche memorie sono divenute i mattoni di cui è composto il nostro corpo.

Ma un frammento di casa non ricorderà mai il luogo da cui provengono i sassolini impiegati per la sua costruzione.

Anche la Signorina R. era cambiata.

Anni e anni di psicoterapia le avevano offerto un'unica strada: seppellire la sua vecchia coscienza e diventare una persona nuova.

La vecchia personalità forse conosceva la verità, ma era stata sepolta troppo in fondo ormai.

E il buco nella porta era diventato un altro simbolo.

Un altro catalizzatore di attenzione,  senza  altro scopo.

La convivenza tra queste due realtà, la rottura negli schemi conosciuti,   evocava sentimenti indefinibili, inquieti,  per chiunque si trovasse a passare da lì.

Come un monumento ancestrale, ingombrante e senza senso.

Possiamo decidere di girare le spalle e ignorarlo, per poter tornare a costruire i mattoni del presente.

Oppure possiamo rimanere lì a fissarlo, come idioti, col  cervello arrotolato su sé stesso, in ipotesi senza costrutto, e la paura che attende spiegazioni, rosicchiando il cuore.


Impegnati a fissare quell'unico punto, rimaniamo col fianco scoperto, vulnerabili a qualsiasi attacco esterno.

A volte la Signorina R. guardava i suoi ospiti, imbambolati di fronte a quel buco.

Sarebbe stato facile accoltellarli, in quei momenti.

Erano come sospesi tra due diversi mondi, come lo spettatore sollevato a mezz'aria da un'abile prestigiatore.

E' per questo motivo che riceveva sempre meno visite. Chiunque provava quella strana sensazione non aveva più voglia di sentirsi di nuovo così.

E' meglio ignorare le tracce dell'assurdo, per poter continuare a vivere, costruendo i propri significati, le strutture nelle quali rinchiudersi, al sicuro?

Oppure è doveroso, per amore della ricerca, perdersi nelle spire di un passato che nel mondo di oggi, qualora fosse davvero rinvenuto, non potrebbe comunque trovare collocazione?

Il simbolo decifrato, la statua riportata alla luce, restano lì, come prima.

Senza che nessuno riesca a trovare un ruolo, un contesto in cui rigenerarle.

Quando pensi a questa eventualità, sei  di nuovo sulla mano del Buddha, anche se ti sembra di aver corso per milioni di chilometri.


Il serpente si morde la coda e svanisce, come il tempo.

Non puoi vederlo, ma si ripete uguale.

Se invece riesci a percepire lo schema, gli ingranaggi, allora sei tu quello fuori posto.

Sei tu il fantasma, incapace di toccare il mondo che si muove.

Rimane tra le tue mani soltanto un mucchietto di sabbia.

O forse sei tu quello che si sta disgregando.

Apri il palmo, lasci scivolare via i granelli, ed ecco il tuo finale.


---

Chissà, magari un giorno la signorina R. avrebbe potuto decidersi a far riparare quel buco.

E poi magari avrebbe potuto invitare qualcuno a cena, ricominciare a vivere.

O perlomeno provarci.


Ma nella realtà dei fatti non ci provava mai.

A volte si sviluppano rapporti strani e morbosi con le proprie ferite.


Forse sperava che attraverso lo squarcio il ricordo residuo e doloroso rimasto nella stanza avrebbe avuto il tempo di filtrare, evaporare via.

Quando era costretta ad assentarsi lo immaginava prendere forma, come una sorta di fantasma indeciso.

Un ometto trasparente, con le gambe sottili e un po' tremolanti, abbastanza solide da condurlo lontano da quella casa, eppure al tempo stesso timoroso di andarsene.


Ma prima o poi  sarebbe cresciuto.

Avrebbe trovato il coraggio di andarsene e lasciarla in pace, ne era certa.

E intanto, aspettava.

L'aveva anche scritto sul suo diario. E poi lasciava sempre aperto su quella pagina, su quell'unica frase, quasi come a sperare che venisse letta davvero da qualcuno.

"Vai via".


lunedì, 09 novembre 2009
 

Dreams of the nursery il matrimonio- the movie

Mi ritrovo con la mia famiglia in un enorme albergo.
Apparentemente, siamo tutti lì per presenziare a un matrimonio.
Ma in realtà si tratta di un film che stiamo girando.
Abbiamo un copione da seguire scrupolosamente, altrimenti la storia va a  monte.
Il mio ruolo è quello di essere fidanzato con una ragazza, ambita da tanti.
Entrambi sappiamo che è solo una recita, però lei mi piace realmente.

Una sera  emerge dal passato della ragazza un ex marito.
E' il supercriminale perfetto: occhialuto, piccolo, basso, megalomane, brizzolato e coi baffetti.
Costui rapisce la ragazza e poi la rinchiude in uno stabile abbandonato.
Mi unisco ad alcuni alleati, facciamo indagini.
Nel corso della ricerca finiamo depistati da una falsa soffiata, nel covo di una vecchia conoscenza, divenuto contrabbandiere.
Alla fine troviamo lo stabile,  riesco a liberare la fanciulla. 
L'ex marito, catturato e smascherato, si pente tra le lacrime.

Inspiegabilmente viene accolto all'albergo, e si ritrova a vivere con tutti noi.
Continua a dare fastidio alla ragazza.
Ma è comunque il suo ex marito, non posso impedire che  parlino dei tempi andati.
Li vedo mentre ridono e scherzano, ma cerco di minimizzare l'accaduto.

La mattina dopo tutti siamo a colazione, un po' frettolosi perché la partenza dall'albergo è imminente.
Una delle mie tante attrici-false cugine mi accusa isterica di avere le scarpe sporche.
Io non ricordo affatto la cosa, ma lei insiste e dice che sono così sporche che ormai sono da buttare.
Le guardo e mi rendo conto che ha ragione lei... ma come posso fare? Non ne ho altre di ricambio.
Esco dall'albergo con l'intenzione di comprare una bottiglia d'acqua per lavarle come si deve.
Ma ho paura di allonanarmi troppo, e rinuncio a cercarla.
Mi metto invece a seguire una ragazza, frettolosa e sconosciuta.
Nel frattempo si è fatto davvero tardi, e sono costretto a tornare indietro.

Rientro, e trovo tutti impegnati a fare le valigie in giro per l'albergo.
Non ci sono neppure bottiglie d'acqua, tranne una sul tavolo.
Chiedo dell'acqua a uno degli attori che fa mio zio, lui mi indica una bottiglia nel freezer.
Sono attirato da questa, e sto per prenderla, perché è bella fresca.
Ignoro volutamente quella sul tavolo, che è a temperatura ambiente.
Lo "zio" mi costringe invece a prendere quella sul tavolo, perché sennò sarebbe uno spreco.
Io cerco un posto dove lavare indisturbato le scarpe, ma non lo trovo.

La mattina della partenza rivedo la ragazza e l'ex marito.
Si abbracciano felici e sorridenti, come in una specie di lieto fine.
Troppo tardi per impedirlo.
Emergo dal nascondiglio e cerco i suoi occhi, nella speranza che perlomeno mi saluti.
Lei alla fine si accorge della mia presenza, lanciandomi uno sguardo ridente e fuggitivo.
Sembra quello di un'attrice lontana, nel mezzo di un gran galà gremito di gente.
I due si allontanano e compare la scritta "the end".
postato da FiocoTram | 09/11/2009 06:25 | commenti (1)
sogni


domenica, 25 ottobre 2009
 

Una carta prepagata per il Paradiso




C'era una volta un signore misterioso, infagottato in un lungo cappotto nero.
Quel giorno il vento era molto forte, il cielo grigiastro, e piccoli accenni di pioggia sferzavano sul viso.
Chi gliela faceva fare di star fuori, con un tempo del genere, sbatacchiato qua e là dal vento, insieme alle foglie?.
A un certo punto  tirò fuori una carta prepagata per il cellulare.
La tenne stretta tra le mani nervose, perché andava di fretta e voleva ricaricare la sua scheda senza fermarsi.
Il vento soffiò sempre più dispettoso, e la carta gli scivolò tra le mani per andare a rincorrere le foglie.
Il signore strabuzzò gli occhi e la guardò scivolare leggera nell'aria, quasi come se volesse godersi un'inaspettata vacanza.
"Sempre meglio che finire nel cestino dei rifiuti" sembrava dire.

Il signore era troppo frettoloso, grasso, e anche asmatico, per correre a riprenderla. Semplicemente, entrò nel tabacchino all'angolo per comprarne un'altra.

Svolazzando qua e là, la carta finì nel becco di un'uccellino, che la portò in alto, fino in cielo, per poi sfrecciare oltre le nuvole.
Era un uccello del Paradiso. Ogni tanto scendono sulla Terra, perché sono ghiotti di semini di sesamo.
Volò fino al Paradiso, passando davanti a un angioletto che sonnecchiava pigro, disteso su una nuvola.
Acchiappò l'uccello del paradiso e gli prese la carta prepagata.

"Vediamo un po', che abbiamo qui?".
Era un angioletto piuttosto all'avanguardia in campo tecnologico. Leggeva riviste, si informava.
Per cui prese un poco di materia delle nuvole, e la modellò a forma del nuovo modello Nokia, il trentadue-bis.
Grattò la carta, inserì il codice, e poi, una volta ottenuto il credito, telefonò all'Inferno.
Il suo vecchio amico, il Diavolo Beppe, abitava da quelle parti, e non si sentivano da un po'.
"Uè, Beppe! Come stai?"
"Ehhh, come vuoi che stiamo? Come al solito. C'è caldo".
"Ma perché non vieni su? Dai, passa a trovarmi!".
"Satana non vuole".
"Ma non ti preoccupare! Sai che faccio? Gli mando un messaggio e lo convinco!".
"Ah beh. Provaci... ma guarda che in questo periodo è incazzato nero".
"Come al solito, insomma. Ci penso io, vedrai che ti combino... noi angeli ne sappiamo una più del diavolo!"
"Ah sì? E perché non me la racconti?"
"Beh, devi sapere che... Ehi! Non ci provare, sai?".
" Ah, aha ah! Ci stavi cascando, eh?".
Dopo essersi scambiato altre facezie con Beppe, l'angelo mandò un messaggio anonimo al cellulare di Satana.


"INFORMAZIONE RISERVATA: E' in atto una nuova rivolta in Paradiso. Se vuoi saperne di più e unirti a noi, mandaci il tuo servo Beppe per ulteriori informazioni!".


Satana aggrottò le ciglia ispide e piene di fuliggine di fronte a quel misterioso e strano messaggio.
Ma in un angolino del suo cuore avvizzito sentir parlare di rivolta in Paradiso lo riempiva di entusiasmo, e gli ricordava i vecchi tempi.
Per cui alla fine si convinse e mandò su Beppe.
 "Tanto se è una trappola ci rimette solo lui!" pensò compiacendosi della propria malvagità (come del resto faceva ormai da millenni, senza guizzi).
Beppe si mise un bel vestito bianco e salì in Paradiso, ripulendosi dalla fuliggine man mano che attraversava i Sette Cieli.
Appena arrivò il suo amico angelo gli fece un sacco di feste, gli preparò una Torta Paradiso, e dopo mangiato giocarono assieme tutto il pomeriggio.
Alla fine Beppe si divertì così tanto da non aver più voglia di partire.

Andò quindi dal Signore Iddio assieme al suo amico angelo, per implorare il suo aiuto.

Egli disse: "Siete dei monelli. Ma cosa avete combinato? Anche ammettendo di riportare Beppe all'Inferno, Satana è ormai tutto ingrifato per l'imminente rivolta... che gli dico? Qui scoppia un incidente diplomatico!".

L'angelo sbuffò con aria di sufficienza: "E vabbé, che sarà mai... se si presenta qui, lo fai precipitare di nuovo nelle viscere della Terra, che problema c'è?".

"Sì, ma ho appena fatto restaurare tutti i Sette Cieli,  sai quanto m'è costata l'impresa di pulizie? Tutti a dire, Dio fai questo, Dio fai quello, aiutami qua, aiutami là... e io pago! Non mi va che venga con le Legioni Infernali a sporcare tutto!".
Si accarezzò la barba bianca, riflettendo qualche minuto, poi sembrò avere un'idea.
"Guarda che facciamo: tu, Beppe, per ora te ne torni all'Inferno, e dici a Satana che l'appuntamento con le forze ribelli contro il Paradiso è fissato per Domenica, in Via Lattea n.5".
"La fermata dell'autobus?" disse l'angioletto un po' dubbioso.
"Tu non ti preoccupare. Tanto quello è scemo. Voglio dire, voleva spodestare ME, capisci? Sano di mente non è mai stato...cioè, guarda come si veste!".

I due amici risero di gusto, poi Beppe scese e fece come gli era stato detto.

Domenica mattina, di buon'ora, Satana radunò le sue orribili Legioni, tutto contento.
Fecero l'appello ma Beppe non si trovava. Però Satana era troppo eccitato per aspettarlo, per cui ordinò di partire senza troppe storie.
Mentre le Legioni Infernali si allontanavano sollevando nuvoloni di cenere, Beppe risaliva in cielo, d'accordo con Dio.

Quando Satana e i suoi arrivarono in Via Lattea n. 5, non trovarono nessuno, eccetto un signore anziano che scriveva sul taccuino.
"San Pietro! Che diamine ci fai qui?".

"Intanto, per favore, modera il linguaggio. Seconda cosa: buona Domenica. Terza cosa: sono qui per incarico di Dio, sto registrando i ritardi nella tabella di marcia degli autobus celesti!".
"Come sarebbe a dire, ritardo?".
"Eh, sì... c'era una comitiva di persone che si era prenotata per oggi, a bordo della Stella Cometa. Tutto esaurito. Ma dovevano passare da questa fermata mezz'ora fa, e non sono ancora arrivati. Devo registrare tutto, informarmi sulle cause del ritardo col conducente, e poi vedere se scatta il diritto di rimborso!".

Satana pensò: "Vuoi vedere che a bordo della Stella Cometa ci stanno i ribelli? Che guaio! Devo allontanare San Pietro, sennò salta l'attacco a sorpresa!".

Poi si avvicinò e disse: "Pietro, chissà quanto lavoro hai da sbrigare lassù! Vattene via, non ti preoccupare, ci penso io a raccogliere i dati quando arriva l'autista... tanto stavo aspettando pure io una ditta privata per il trasporto mio e dei miei uomini!".
"Ah... infatti, vi vedo numerosi. Che fate, andate in vacanza?".
"Essì...pure noi lavoriamo, sai? Abbiamo più clienti di voialtri, e lo sai bene! Se le Alte Sfere fossero più convincenti, fornissero più incentivi, forse ci arriverebbero meno anime, e dovremmo faticare di meno!".
"Eh, capirai... E che ci dobbiamo mettere nel Paradiso? Le giostre? Le sale da biliardo?".
"Sarebbe un'idea. Il tuo capo non ha mai capito niente di divertimento... ah, se mi avesse ascoltato, qualche millennio fa! Ma lascia stare... Piuttosto, pensavo di proporti una cosa. Immagino che avrai un sacco di pratiche da sbrigare prima di andare in ferie pure tu. Visto che ci troviamo tutti qua, perché non lasci che sia io a prendere i dati, e te ne torni su? Te li mando via mail, stasera stessa!".
"Davvero mi faresti  questo piacere?".
"Se non ci aiutiamo tra noi...".

Pietro ci pensò un secondo. La cosa gli conveniva. In fondo, che danni avrebbe potuto mai fare?
"Satana, davvero, non sei così stronzo come ti si dipinge. Ti confesso che a stare qua mi stavo annoiando parecchio...accetterei volentieri! Per sdebitarmi, ti farò mandare dei pasticcini in regalo, promesso!".
"Vai tranquillo!".

San Pietro andò via e dopo qualche minuto finalmente arrivò l'autobus celeste, la Stella Cometa. Satana ci saltò sopra con tutti i suoi seguaci, lanciando un bellicoso urlo di battaglia.
"Avanti, miei prodi! Puntiamo verso il Paradiso!".
Ma la Stella Cometa era piena di Particelle Elementari in vacanza. Il conducente non si scompose, e continuò la sua strada
Satana cercò di fare l'educato, si avvicinò a una particella e chiese per quando era previsto l'arrivo in Paradiso.
Essa però gli rispose: "Guarda che questo autobus celeste è diretto al centro di un Buco Nero!".

Le particelle elementari adoravano andare in vacanza nei buchi neri. Dopo un anno di stress lavorativo, un bel buco nero è quello che ci vuole per rigenerarsi.
Satana e i suoi uomini urlarono spaventosamente, ma ormai era troppo tardi per invertire la rotta. L'attrazione gravitazionale del buco nero li stava già risucchiando.

Beppe invece arrivò in Paradiso, cominciò a frequentare un corso di formazione, e dopo due mesi iniziò a collaborare come aspirante angelo, con contratto a progetto.
 

Torniamo adesso all'inizio di questa storia. Ricordate il signore misterioso?
Lo avevamo lasciato in procinto di procurarsi un'altra carta prepagata.

Bisogna sapere che questo signore era in realtà il più grande scienziato della Terra.
Aveva tutta quella fretta di telefonare, perché non era riuscito a partire per Vienna, a causa di un contrattempo, e cercava ugualmente di contattare chi lo stava aspettando.

Cosa  ci doveva fare a Vienna? Ebbene, quel giorno era previsto il più grande esperimento della storia: l'attivazione di un acceleratore di particelle, capace di alimentarsi con fonti di energia di natura extradimensionale.
Capito niente? Nemmeno io.
Fatto sta che gli altri scienziati aspettavano soltanto un suo ordine per attivare il marchingegno.

Quando finalmente potè telefonare, era troppo eccitato per farli aspettare, e comandò di attivare l'acceleratore alla massima potenza, nonostante la sua assenza.
Gli scienziati eseguirono l'ordine, e l'acceleratore esplose, creando un buco nero.
Da esso uscirono Satana e le Legioni Infernali.
Quando si ritrovarono a Vienna, rimasero frastornati, confusi, senza alcun ricordo sul come o sul perché si erano ritrovati lì.

Col tempo iniziarono a integrarsi, ed apprezzare le delizie di quella meravigliosa cittadina, il cui centro storico era addirittura stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.
Trovarono un lavoro e iniziarono a vivere una vita fatta di piccole gioie.
Divennero dei veri e propri cultori delle cibarie locali, soprattutto la vasta gamma di zuppe disponibili, come  la Nudelsuppe-Rindsuppe (pasta in brodo), la Tomatensuppe (zuppa di pomodoro), e la Gottendammerungsuppe.
Certo, alle elezioni votavano sempre Haider, ma per il resto erano bravi figlioli.
E Dio, visto che all'Inferno non ci stava più nessuno, decise di affittarlo a studenti universitari.